Da vulcano a discarica
DOSSIER. Il Vesuvio è diventato un ricettacolo sotterraneo di rifiuti pericolosi e altamente inquinanti, con forti rischi per l’agricoltura e la pastorizia. Gravi i pericoli di contaminazione delle falde acquifere. Ma la bonifica può aspettare.
Che lo «sterminator Vesevo », come appariva a Giacomo Leopardi durante il suo ultimo soggiorno napoletano, sia una bomba dormiente è dato acquisito dalla comunità scientifica e vulcanologica internazionale, ma che possa trasformarsi anche in una «bomba ecologica» è un pericolo che si è concretizzato solo di recente e di cui si è saputo a margine di alcune inchieste della magistratura, che hanno cercato di fare luce sulle sistematiche violazioni della normativa per la difesa dell’ambiente in una delle zone più belle (e sfortunate) della fu Campania felix. E non si tratta della infinita telenovela sulla apertura-chiusura del sito di stoccaggio di Terzigno, alle falde del vulcano, ma del rischio - tutt’altro che remoto che alcune cave illegali, utilizzate in passato come sversatoi e oggi calpestate dagli animali da pascolo, possano infettare la catena alimentare attraverso la presenza di biogas derivanti dalla decomposizione dei rifiuti sotterrati.
Il cerchio è semplice: l’erba malata viene mangiata dai bovini che finiscono sulle nostre tavole. Una prospettiva inquietante, che potrebbe ben presto diventare realtà; tanto più se si considera l’immobilismo delle istituzioni chiamate a tutelare e garantire la pubblica incolumità. Ma c’è un ulteriore rischio aggiuntivo che aggrava la già precaria situazione: e cioè che i liquami possano infiltrarsi a tal punto nel terreno da inquinare pure le falde acquifere locali, le stesse utilizzate fin dai tempi dei Romani e degli «ultimi giorni di Pompei» - per irrigare le coltivazioni agricole e servire i rubinetti di centinaia di migliaia di abitazioni domestiche abbarbicate nella «zona rossa», dove sarebbe - peraltro - vietato costruire. Un doppio livello di rischio, dunque, per la salute umana e per l’ambiente, che dimostra quanto i problemi legati alla salvaguardia della natura incidano sulla qualità della vita.
E il count down potrebbe già essere iniziato, ad ascoltare alcuni «segnali» che la natura ha inviato in questi anni; veri e propri avvertimenti per un’inversione di rotta che, finora, non c’è stata. Alcuni studiosi hanno infatti lanciato un allarme legato alla moltiplicazione delle «fumarole » lungo i sentieri del Vesuvio; si tratta di piccoli geyser che sbuffano metano dal terreno non per la presenza di attività vulcanica, come sarebbe logico aspettarsi, ma per irreversibili processi di “degassazione” dei rifiuti in putrefazione. Ciò significa, quindi, che il meccanismo di inquinamento sotterraneo si è avviato e difficilmente potrà essere bloccato. Servirebbe un’azione di bonifica straordinaria, capace di “ripulire” il sottosuolo: ma al momento non se ne parla affatto.
Anzi. Stime ufficiali non ce ne sono, perché il loro numero sarebbe sempre inferiore alla realtà, ma sono decine e decine le discariche abusive sequestrate, in questi anni, dagli uomini del Corpo forestale dello Stato nel perimetro del Parco nazionale del Vesuvio: ettari ed ettari (gli amanti dei numeri si spingono a ipotizzare un’area sufficiente a coprire oltre cento campi di calcio) di rifiuti ferrosi, pneumatici, ritagli tessili, lastre di eternit, materiali edili di risulta, nascosti da dune artificiali o dalla vegetazione.
I rifiuti, comunque, non si sono ammassati soltanto ai piedi del Vesuvio, ma gli sono stati infilati - a viva forza - in bocca, come si fa con un neonato che non vuole saperne dell’ultimo cucchiaio di pastina; prova ne sono i quintali di immondizia che gli uomini del Soccorso alpino forestale sono riusciti a recuperare dal cratere, utilizzando la tecnica del “palopescante”. È fuoriuscito di tutto: dalle gomme per automobili e camion alle batterie per tir, da fusti di plastica a pezzi di cucine. Un piccolo assaggio del “mostro” che dorme all’interno del cono della montagna di fuoco.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







