Dopo l’attentato in Baluchistan arriva la giustizia sommaria
IRAN. Continua l’orrore nel carcere di Evian, cinque i condannati a morte negli ultimi giorni. Oltre ai numeri ufficiali, nel Paese si nascondono le esecuzioni non emesse dai tribunali nella regione al confine col Pakistan. Per colpire i ribelli.
Se a Evian, poco lontano da Teheran, si sono eseguite cinque condanne a morte il 21 ottobre scorso, nel deserto che sconfina in Pakistan si attende il peggio. Sono passati pochi giorni dall’attentato suicida che ha fatto 49 vittime, fra le quali alti esponenti dei Guardiani della rivoluzione; ma tutti, a Zahedan, sanno che Teheran reagirà presto. E con i soliti mezzi. Le esecuzioni, nel Baluchistan iraniano, si fanno in fretta: processi segreti, confessioni estrapolate sotto tortura, e impiccagione nel giro di tre giorni. Le ultime, poche settimane fa, avevano visto fra i condannati anche uno dei membri della famiglia di Abdelmalek Rigi - per l’esattezza Adulhameed Rigi - movimento indipendentista baluci che con ogni probabilità è dietro anche al kamikaze di domenica scorsa.
Quel che si sa dell’episodio dell’esecuzione di Rigi è che i tre - lui e altri due, se tre erano venivano accusati dell’ultimo attentato contro una sede del partito conservatore. Sconosciuta la data della sentenza, sconosciuti i giudici, assenti gli avvocati, la sola certezza è che i presunti attentatori sono stati portati via due giorni prima dell’esplosione, e successivamente accusati. È il Baluchistan, la più povera delle province iraniane, che fa tremare il regime. Per Mahmoud Ahmadinejad, è un problema cronico. Il Baluchistan-Sistani è sunnita in un Paese sciita, è talmente contrario all’ala conservatrice al governo da essere stata l’unica provincia dell’Iran ad aver votato in massa contro Ahmadinejad lo scorso giugno.
Le sedi dei supporter del presidente Mahmud date regolarmente alle fiamme, le caserme dei pasdaran nel mirino degli attentati suicidi: il Baluchistan è la spina nel fianco della Repubblica Islamica Ma domarlo è indispensabile. Perché intorno a Zahedan, tallone d’Achille del regime, crocevia dei traffici di stupefacenti dall’Afghanistan, deve passare il gasdotto della pace. Simbolo delle riconciliazione tra Pakistan e India. La Cina ha scommesso i soldi, e l’Iran ha scommesso lo scacco agli Usa. Ma Washington vuole arrivare prima dell’Iran nella corsa a rifornire i due giganti dell’economia mondiale - Cina e India - di gas naturale.
Gli Usa Vorrebbero farlo con le risorse dell’Asia Centrale trasportate attraverso l’Afghanistan fino allo stretto di Hormuz; Teheran vorrebbe invece vendere le proprie riserve - estratte a South Pars, gigante gaziero al largo del Golfo Persico, peraltro quasi del tutto appaltato dalla lobby economica dei pasdaran - all’Estremo Oriente. Ago della bilancia è il Pakistan, marcato stretto dagli Usa ma di fatto più che interessato ai guadagni che il gasdotto iraniano gli garantirebbe: 600 milioni di dollari l’anno per il transito delle tubature dirette in Cina. C’è solo un problema. Sgominare i ribelli del Baluchistan. Per il nuovo governo Ahmadinejad, di esecuzioni, ce ne saranno ancora molte.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







