Dublino va al referendum bis. L’Europa spera nella svolta
INTEGRAZIONE Oggi gli irlandesi voteranno di nuovo per ratificare il Trattato di Lisbona, necessario per la riforma della Ue. L’anno scorso vinse il no, ma da allora Bruxelles ha giocato tutte le sue carte per convincere gli scettici a cambiare idea.
Un corteggiamento così non si vedeva dai tempi di Casanova. Solo chi sa che la sua sopravvivenza è appesa a un filo può lottare così tanto per un sì, come ha fatto l’Unione europea con l’Irlanda. L’anno scorso il no di Dublino ha fermato il Trattato di Lisbona, un documento di riforma indispensabile al funzionamento delle istituzioni di Bruxelles. Senza una semplificazione strutturale, infatti, organi che a malapena riuscivano a coordinare interessi e politiche di quindici Paesi sono ormai finiti sull’orlo del collasso, vittime di un allargamento “esplosivo”.
Nel giro di due anni la Ue, incapace di contenere l’ebbrezza di potersi affacciare oltre la cortina di ferro, ha inghiottito 12 Stati dell’Est Europa. Da allora non si è più ripresa: politica estera inconsistente, complicazioni burocratiche infinite, una grande spaccatura tra chi preferisce limitare la cooperazione al settore economico e chi aspira a una vera Unione politica, capace di prescindere dal “particulare” di ogni singola nazione. Per trovare un compromesso e rilanciare l’organizzazione, i 27 Stati ci hanno messo anni, tentando prima di stilare una Costituzione, poi accontentandosi di un semplice trattato. Un accordo al ribasso, eppure anche di fronte a un leggero rafforzamento delle istituzioni di Bruxelles, gli anti europeisti irlandesi sono riusciti nel 2008 a vincere una campagna referendaria infuocata.
L’isola, dove l’approvazione del trattato è sottoposta a voto popolare, disse no. E gli altri 26 Paesi si bloccarono. Per riformare la Ue ci vogliono infatti 27 sì, non uno di meno. L’unico modo per evitare la paralisi era anche il meno democratico: insistere. Premere, influenzare, convincere. Con la collaborazione del governo di Dublino. Per questo i funzionari europei hanno riaperto le trattative sul documento faticosamente contrattato e concesso nuove garanzie. Gli irlandesi non hanno mai goduto di un così ampio margine di trattativa. Alla fine hanno ottenuto di tenere fuori l’Europa - e il documento di Lisbona - da tutti i settori che hanno più a cuore: la legge sull’aborto, lo stanatus di neutralità, le politiche fiscali.
La questione più spinosa, quella della riduzione del numero di commissari, resta in sospeso. Entro il 2014 la Ue vorrebbe liquidarne un terzo, ma così alcuni Paesi ne resterebbero (provvisoriamente) sprovvisti. Ma prima che la riforma entri in atto verrà sottoposta a una nuova discussione, che non approderà ad alcuna decisione senza l’unanimità. Difficile, ormai, ipotizzare un trattato meno incisivo. Sarà per questo che gli irlandesi hanno accettato un referendum bis, quello di oggi, al quale si apprestano a votare sì.
Secondo i sondaggi, infatti, almeno il 55 per cento degli elettori è favorevole alla ratifica, una svolta dettata più dalle preoccupazioni economiche che da considerazioni politiche: in fase di crisi globale, tutto ci vuole meno che sganciarsi dall’euro. Eppure il fronte del no, in tutta Europa, resiste. Mentre Dublino cede, decine di partiti nazionalisti chiedono un’ulteriore revisione dell’accordo, preferendo cavalcare lo scontento che dare nuovo lavoro agli strapagati funzionari dell’Unione europea.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.






