Fondi che non servono a nulla

Emanuele Bompan

FONDI Antonio Tricarico, coordinatore della Campagna per la riforma della Banca centrale: «Destinare soldi per le infrastrutture nei Paesi in via di sviluppo spesso crea solo danni ambientali e incremento del debito».

La banca mondiale prende atto del riscaldamento globale e lancia l’allarme per i Paesi in via di sviluppo in cui i cambiamenti climatici potrebbero arrivare a costare 475 miliardi di dollari l’anno. Il rapporto sui costi del cambiamento climatico è forse uno dei pochi risultati positivi che potrebbe giungere dal vertice di Banca mondiale e Fondo monetario internazionale iniziato sabato scorso a Istanbul. Secondo il rapporto due gradi centigradi in più di temperatura media si potrebbero tradurre in una perdita permanente di Pil compresa tra il 4 e il 5 per cento per l’Africa e l’Asia del Sud. Ben 400 ne serviranno invece per mitigarne l’impatto, contro i dieci miliardi di oggi.
 
«Il G20 - ha dichiarato a Terra Martin Kaiser, coordinatore delle politiche climatiche di Greenpeace - non ha istituito un fondo per l’ambiente. Così abbiamo già perso il primo round per dare un aiuto concreto». E a pagarne le conseguenze saranno per primi i Paesi più poveri. Concetto sottolineato anche dal capo economista della Banca mondiale, Justin Lin che ha affermato: «L’impatto del surriscaldamento si concentrerà al 75-80 per cento sui Paesi in via di sviluppo che pure producono appena un terzo delle emissioni di gas serra complessive ». Uno squilibrio che riflette gli equilibri economici da post Seconda guerra mondiale, con una netta sovrarappresentazione degli Usa. Una delle promesse uscite dal G20, non a caso, è proprio quella aumentare di oltre il 50 per cento la rappresentanza dei Paesi in via di sviluppo.
 
Quello che è chiaro ben prima della chiusura dei lavori è che il nuovo multipolarismo economico non sarà onnicomprensivo. Oltre 2 miliardi di persone non avranno comunque nessun peso politico all’interno delle due istituzioni, mentre per gli Stati rappresentati il potere decisionale dei gruppi di pressione esterni ai governi sarà limitato alla mera consultazione da parte della Banca mondiale con un pool di organizzazioni non governative. Intanto il presidente della Banca mondiale Robert Zoellick, ha disegnato uno scenario grigio per la ripresa mondiale chiedendo di stimolare maggiormente il prestito, anche perché «nel 2011 ci sarà bisogno di più capitale ». Una pioggia di soldi per rafforzare i due istituti è la richiesta principale che però non tutti i Paesi vogliono supportare, in primis la Svizzera e la Germania. Il cambiamento annunciato sarà solo un allargamento di rappresentanza e non certo una riforma etica e strutturale, anche se è chiaro che la nuova corrente neo-keynesiana rinforzerà il portafoglio della Banca mondiale in progetti infrastrutturali.
 
«Si riaffermano Fmi e banca mondiale, con nuovi mandati - spiega da Istanbul Antonio Tricarico coordinatore dal 2001 della Campagna per la riforma della Banca mondiale - senza però attuare le riforme necessarie. Così verranno concessi fondi ai Paesi poveri per costruire infrastrutture, spesso dall’impatto ambientale negativo, come le dighe. Questi fondi, inoltre, creati per fare fronte alla recessione renderanno invece la crisi permanente, anche quando l’economia mondiale si rimetterà in moto, a causa dell’insolvibilità del debito da parte dei Paesi in via di sviluppo». A Novembre sarà il Wto, Organizzazione mondiale del commercio, a riunirsi. Occasione che sicuramente riserverà maggiori sorprese degli incontri di Istanbul.

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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