Gli affari dei pasdaran
DIPLOMAZIA. È una Teheran lacerata sul fronte interno quella che ha aperto ieri la seconda fase dei negoziati sul nucleare a Vienna. Il vertice si conclude mercoledì. Per ora Ahmadinejad ribadisce il diritto ad arricchire l’uranio in casa.
Un passo avanti e due indietro. La questione nucleare iraniana, ormai, sembra avere il suo ritmo fisso, adesso che il dialogo con le potenze occidentali iniziato a Ginevra il primo ottobre sembra arenarsi di nuovo a Vienna, dove le trattative iniziate ieri andranno avanti fino a mercoledì. Le condizioni del dialogo si sono di nuovo rivelate impossibili, bloccandosi di fatto sul come e sul quanto controllare l’arricchimento che l’Iran insiste essere al 5 per cento, quanto basta per mandare avanti una centrale elettrica dell’uranio della Repubblica islamica. Difficile aggirare le paure occidentali quando l’insistenza iraniana sul nucleare, tutta imbevuta di retorica sull’autarchia energetica, si fa perentoria come in questi giorni.
Anche perché queste non sono ore facili per il regime di Teheran e drizzare la schiena di fronte all’Occidente serve a ricompattare l’opinione pubblica interna. Il governo è debole, Ahmadinejad è contestato da mesi, e adesso anche i pasdaran non se la passano bene. L’attentato suicida a Zahedan, domenica scorsa, che ha fatto più di 42 vittime “eccellenti” fra i Guardiani della rivoluzione, ha mostrato ancora una volta quanto l’Iran oscilli fra movimenti di piazza riformisti, minoranze etniche in rivolta (soprattutto arabi, curdi e baluci), e la guerra in seno agli altri quadri del potere. Da domenica, gli occhi della stampa sono puntati sul cadavere più illustre dell’attentato di Zahedan: il generale Nurali Shushtari, vicecomandante delle forze di terra dei Guardiani della rivoluzione, ma anche imprenditore iraniano di spicco.
La sua morte non sembra essere casuale Nurali Shushtari veniva dal consiglio di amministrazione del gigante economico Ahia Sanaieh Khorasan (una delle più potenti società di investimenti dell’Iran orientale). Faceva parte di quella nuova classe economica pasdaran che dà filo da torcere al padrone storico dell’economia iraniana, il leader dei riformatori, l’Ayatollah Ali Akhbar Rafsanjani. A Rafsanjani, che dagli anni Ottanta controlla con la famiglia la gestione delle risorse petrolifere, i nuovi “colletti bianchi” pasdaran (anche quelli con un passato riformista), proprietari di fondi finanziari e banche, stanno sottraendo da anni appalti e fette di mercato. Una situazione peggiorata con l’elezione di Mahmoud Ahmadinejad, a sua volta garante di questi interessi grazie alla benedizione della guida suprema Ali Khamenei.
Tutto a svantaggio dell’ayatollah Rafsan- jani: non soltanto gli appalti gli sono sfuggiti di mano, ma anche la sua stessa città, Mashhad, ha cominciato a riempire le tasche di qualcun altro grazie alla Ahia Sanaieh Khorasan. Qualcuno di nome Nurali Shushtari, imprenditore pasdaran, parvenu dei ghiotti affari che gravitano intorno alla città dei pellegrinaggi, Mashhad appunto. Tanto per ricordare quanto intricata possa farsi la faccenda quando si tratta di triangoli fra pasdaran, Rafsanjani e Mashhad, basta segnalare che gli Hezbollah libanesi, fondati dai pasdaran, organizzano centinaia di comitive l’anno, trasportando migliaia di fedeli ai luoghi santi di Mashhad, per un notevole tornaconto finanziario dalla destinazione imperscrutabile.
Ma trattandosi di Zahedan, controllata da guerriglieri, separatisti e trafficanti anti sciiti, lo scenario del regolamento dei conti fra squali e ayatollah sembra quantomeno improbabile. Il Sistani-Baluchistan, regione stretta fra Pakistan Afghanistan e Iran, è il tallone d’Achille dei Pasdaran. La più povera, la più ribelle, la più sunnita, l’unica che ha votato in massa contro Ahmadinejad e dove la tecnica degli attentati suicidi messa a punto da Jundallah del clan dei Rigi miete vittime dal 2005. Chiunque sia stato, adesso il generale Nurali Shushtari è fuori dai giochi. Una morte che fa comodo a molti.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







