Gli obiettivi di Bruxelles e gli squilibri dell’emission trading
Copenaghen passa per Bruxelles. Riuniti nel Consiglio europeo che si conclude oggi, i capi di Stato e di governo del Vecchio continente puntano a rilanciare la lotta al gas serra, con un obiettivo ambizioso: un taglio delle emissioni dall’80 al 95 per cento entro il 2050. Questa dovrebbe essere la piattaforma comune da riproporre a Copenaghen, il prossimo mese, per la ratifica di ciò che si annuncia il nuovo Protocollo di Kyoto. Questa volta, però, protagonisti di azioni concrete per difendere il pianeta non dovranno essere solo i governi, ma soprattutto l’opinione pubblica globale.
L’obiettivo di Bruxelles, infatti, potrà essere raggiunto solo se anche altri Paesi non Ue assumeranno impegni analoghi. Sarà decisiva, quindi, l’azione di pressione da parte di tutta l’opinione pubblica per spingere gli Stati coinvolti a ottemperare a obiettivi tanto ambiziosi quanto importanti per la sopravvivenza del pianeta. Certo, l’anno scorso l’Unione europea convenne nel ridurre le emissioni di gas serra del 20 per cento unilateralmente, a prescindere da quello che le altre nazioni avrebbero fatto. Ma proprio l’ultimo report della Banca mondiale, presentato oggi, ha portato nuove evidenze che sottolineano che il 20 per cento potrebbe non bastare. Raggiungere il consenso su obiettivi di riduzione maggiori suona quindi come l’ultima chiamata per il pianeta Terra, a fronte di un ambiente che rischia una distruzione irrimediabile.
La cosa che più preoccupa è che i rischi maggiori li stiano attualmente correndo soprattutto i Paesi africani, il cui ruolo nella implementazione delle politiche di controllo delle emissioni è marginale. La posizione comune Ue, comunque, è stata alla fine raggiunta: Bruxelles si impegna a ridurre i gas serra di un ulteriore 30 per cento a patto che «gli altri Paesi sviluppati» si impegnino in una «riduzione comparabile » e che Cina e India «contribuiscano adeguatamente secondo i loro livello di emissioni e capacità». Ma non è solo il fatto che anche le altre nazioni dovranno assumere “impegni analoghi”, in definitiva, a preoccupare. Alcune associazioni reputano che le cifre sparate da Bruxelles in tema di emissioni, siano, in realtà, manipolate. Secondo la Ong inglese Sandbag, ad esempio, l’Unione ha fatto i conti usando dei parametri truccati: il taglio di emissioni sarebbe stato calcolato a partire da proiezioni degli anni Novanta, quando un grande processo di deindustrializzazione colpì il mondo ex sovietico, falsando l’equilibrio europeo.
Con l’Europa occidentale che inquinava troppo, e quella orientale che, con la caduta del Muro, non inquinava affatto. In effetti, le tensioni interne alla Ue che hanno caratterizzato la negoziazione della proposta del summit di Bruxelles rivelano che le ipotesi della Sandbag potrebbero poggiare su solide argomentazioni. Nel mercato dei permessi che ha regolato il meccanismo delle emissioni nella Ue, finora, i Paesi dell’ex blocco sovietico vantano dei veri e propri crediti, chiamati Aau, Assigned amounts units, determinati a partire dal fatto che, proprio dopo la caduta del Muro, il processo di deindustrializzazione che coinvolse l’Est bloccò ogni tipo di emissione inquinante.
Quando il processo negoziale, a Copenaghen, verrà esteso agli altri Paesi, inoltre, si dovrà discutere di un aspetto cruciale per la riuscita del nuovo protocollo: le compensazioni ai Paesi in via di sviluppo per adottare energie pulite. La Commissione cardell’Unione ha attualmente proposto una cifra compresa fra i 20 e i 50 miliardi di euro all’anno, fino al 2020. Troppo, secondo Londra. Mentre i Paesi dell’Est, invece, non hanno intenzione di proporre alcunché, almeno fin quando Bruxelles non si sarà decisa a estendere la validità degli Aau, che scadono insieme al Protocollo di Kyoto nel 2012.







