Il valzer dei debuttanti
DAL TRANSATLANTICO. Tremonti e Rutelli danno inizio a un nuovo risiko partitocratico, puntando sulla fine politica di Berlusconi. Mentre si fa strada l’inedita coppia Ferrero-Di Pietro, Sinistra e libertà prova oggi a disegnarsi un futuro.
«Non sarò, qualunque iniziativa dovesse nascere, colui che la incarna o la rappresenta». Francesco Rutelli delude l’auditorio del teatro Partenti a Milano, dove ieri mattina ha presentato il suo polemico libro La svolta. Non fa l’annuncio dell’addio al Pd. «Mi metterò al servizio di un trasparente tentativo di dare a questo Paese l’offerta politica che permetta di governare l’Italia domani o dopodomani, senza la-sciarla nelle mani di un populismo che sta logorando l’economia e la società», ha detto in modo criptico l’ex presidente della Margherita. La verità è che Rutelli la sua decisione l’ha già presa. Sta solo prendendo tempo per raffinare l’ipotesi di una nuova avventura politica. Se riuscisse a ottenere l’adesione di 20 deputati alla Camera e di 10 senatori a palazzo Madama, si formerebbero due gruppi parlamentari di un nuovo raggruppamento in grado di agitare il quadro politico.
«Francesco vuole rosicchiare consenso tra le fila del centrodestra, non gli importa di pilotare una scissione del Pd: il progetto è più ambizioso», chiarisce uno dei collaboratori di Rutelli. Quando a Montecitorio arriva la notizia della conferma della sentenza contro l’avvocato inglese David Mills (4 anni e mezzo) per aver ricevuto 600mila dollari da Berlusconi in cambio di un comportamento da testimone “reticente” in due processi nei quali era imputato il premier, le supposizioni crescono ulteriormente. Se Berlusconi dovesse trovarsi in difficoltà nei processi che riprenderanno contro di lui e fosse costretto a dimettersi, l’idea di un “governo istituzionale” che isoli la Lega e si poggi sul “centro” della nuova formazione di Rutelli e sull’Udc di Pierferdinando Casini potrebbe non dispiacere alla maggioranza del Pdl. Vedremo se si tratta di fantapolitica. Proprio la Lega ha buone chance di salvare Giulio Tremonti, ministro dell’Economia, dalle ire di alcune componenti del Pdl - a iniziare dal ministro Claudio Scajola - che vorrebbero una gestione più collegiale della politica economica del governo e soprattutto qualche taglio delle tasse, come chiede Confindustria.
Nel tiro alla fune viene dato vincente Umberto Bossi: oltre a salvare il ruolo di Tremonti, il leader leghista starebbe avanzando la richiesta di un candidato del Carroccio alla presidenza della Regione Lombardia. In questo caso, il governatore Roberto Formigoni andrebbe a prendere il posto di Roberto Maroni al ministero degli Interni. Se finisse così il negoziato per le regionali, la Lega rinuncerebbe al capolista in Veneto e concentrerebbe i suoi sforzi sui propri capilista in Lombardia e Piemonte. Sul fronte dell’opposizione, si segnala invece l’esordio di un’inedita coppia politica. Antonio Di Pietro, leader dell’Idv, e Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione, lanciano l’appello per una manifestazione unitaria da tenersi il 5 dicembre. Obiettivo: le dimissioni di Berlusconi. «Crediamo che questa sia un’opportunità per le opposizioni di ritrovarsi insieme, il nostro quindi è un invito al Pd», spiega Ferrero.
Sul fronte dei rapporti tra Pd e sinistra, Fabio Mussi ha idee chiare: «Se Bersani riapre sul serio una discussione sulla nuova formazione di un campo democratico e di sinistra per l’opposizione e l’alternativa, la sinistra che c’è dovrebbe parteciparvi con immediata disponibilità ». Mussi, tra gli ex Ds più rappresentativi che non aderirono al Pd, è critico verso Sinistra e libertà: «Dopo le primarie da tre milioni di partecipanti che hanno eletto Bersani, il tic-toc di piccole nomenclature litigiose e inconcludenti è tanto più insopportabile ». Domani c’è una importante riunione di Sinistra e libertà, forse decisiva per il suo avvenire. Nichi Vendola, nel frattempo, riapre i rapporti con Rifondazione e accenna a «un’alleanza in vista delle regionali». Un’ipotesi che non convince tutte le componenti di Sel.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







