La “primula nera” che entrò nella trattativa tra Stato e boss
MISTERI. Si chiama Paolo Bellini ed è «lo strano collaboratore dei servizi» a cui fa riferimento il procuratore nazionale della Dna Piero Grasso nel confermare l’esistenza di contatti tra uomini delle istituzioni e capi di Cosa nostra nel 1992.
Si chiama Paolo Bellini il protagonista dell’altra trattativa fra Stato e mafia. è lui lo «strano collaboratore dei servizi » a cui fa riferimento il procuratore nazionale della Dna Piero Grasso quando, nel confermare l’esistenza di contatti fra uomini delle istituzioni e boss di Cosa nostra nel 1992, afferma: «Lo stesso “papello”, di cui si parla tanto, aveva fatto - poco tempo prima - una diversa comparsa in forma minore. Un “papellino”, si legge nelle carte processuali, potrebbe essere stato consegnato ai carabinieri del Ros, al colonnello Mori che nega l’episodio, da uno strano collaboratore dei servizi, e chiedeva l’abolizione dell’ergastolo per i capimafia Luciano Liggio, Giovanbattista Pullarà, Pippo Calò, Giuseppe Giacomo Gambino e Bernardo Brusca. Anche quelle richieste ovviamente finirono nel nulla perché irrealizzabili ».
La vicenda di Bellini, nato a Reggio Emilia, un passato in Avanguardia nazionale, indagato per dieci anni e poi prosciolto nelle inchieste sulla strage alla stazione di Bologna, è ai confini dell’incredibile. Talmente ambigua e avventurosa da essergli valsa il soprannome di “primula nera”, oggi divenuto il titolo di un libro (Giovanni Vignali l’autore, Aliberti l’editore) che ricostruisce la capacità di quest’uomo di entrare e uscire da molti capitoli della storia criminale italiana con un ruolo sempre al limite fra l’infiltrato e il delinquente. Eppure è una vicenda vera, accertata dai magistrati di Firenze che hanno scavato sulle stragi compiute da Totò Riina e i suoi in continente: le esplosioni di Firenze, Milano e Roma nel 1993, che causarono 10 morti e 106 feriti. Esperto di mobili antichi e di opere d’arte, Paolo Bellini aveva conosciuto Antonino Gioè, braccio destro del capo dei capi, a inizio anni 80, per aver condiviso con lui la cella nel carcere di Sciacca.
Nel 1991 il killer emiliano (oggi collaboratore di giustizia, dopo avere confessato più di dieci omicidi) ricontattò il capocosca di Altofonte perché lo aiutasse nel suo nuovo lavoro: il recupero crediti. Ma, quasi in contemporanea, la “primula nera” prese contatti anche con il maresciallo Roberto Tempesta, del Nucleo tutela patrimonio artistico dei carabinieri, che gli chiese di darsi da fare per trovare una serie di quadri rubati alla Pinacoteca di Modena. Bellini accettò l’incarico e tornò a rivolgersi a Gioè, stavolta con ben altro ruolo: ora si qualificava come inviato dell’Arma in cerca di aiuto, negli stessi mesi in cui morivano Falcone e Borsellino. L’uomo d’onore consultò Riina e Brusca e propose al killer emiliano uno scambio: la mafia era disponibile a restituire quadri rubati in cambio di vantaggi carcerari per cinque boss conta prese il bigliettino coi nomi e tornò da Tempesta, prospettandogli il baratto.
Ma il maresciallo, intuendo che quella era un’operazione troppo grossa per lui, chiese consiglio proprio all’allora colonnello Mario Mori dei Ros, il quale bocciò l’iniziativa. Bellini con Gioè parlò a lungo di quadri rubati, di monumenti; a un certo punto questi arrivò a minacciarlo: «E se domani non trovaste più la torre di Pisa in piedi, come reagireste? ». L’anno dopo, fra maggio e luglio del 1993, la mafia colpiva l’accademia dei Georgofili, il Padiglione di arte contemporanea, le chiese di S. Giovanni in Laterano e S. Giorgio al Velabro. Ma la “Primula nera” nel frattempo era di nuovo in galera, diventando poco dopo collaboratore della Procura nazionale antimafia retta da Pier Luigi Vigna. Gioè, invece, una volta arrestato, si suicidò in carcere impiccandosi alle grate della cella con i lacci delle scarpe e lasciando una lettera di addio: «Supponendo che Bellini fosse un infiltrato, sarà lui stesso a confermarvi…».
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.






