La Fiera fa il pieno Ma il governo non c’è
GREEN ECONOMY Il successo di Zeroemission, mostra delle rinnovabili e della sostenibilità, rende ancora più impopolari le scelte dell’esecutivo, che punta su nucleare e fonti convenzionali.
Il vento soffia, il sole illumina, le piante crescono. E quindi, nonostante il governo Berlusconi, le energie rinnovabili vanno alla grande. È quasi banale scriverlo, dai capannoni della Fiera di Roma dominati dalle pale eoliche, dagli impianti fotovoltaici, dagli alambicchi pieni di sostanze derivate dalla fermentazione di tutte le specie vegetali conosciute o quasi. Sta di fatto che qui, a Zeroemission, fiera delle rinnovabili e della sostenibilità, da mercoledì migliaia e migliaia di persone (7.500 il primo giorno, di più il secondo) stanno prendendo d’assalto i banchi d’informazione. E che i tavolini rotondi negli stand sono pieni di gente che parla di Shangai, arraffa penne in cartone, fa affari in inglese, decifra depliant in tedesco e occhieggia le ragazze cinesi che, issate su tacchi dalla base inesistente, fendono altere la folla di business man e woman vestiti in corretti ma anonimi completi scuri.
Certo, da questo osservatorio, la green economy sembra non avere ceduto un centimetro alla crisi, anzi sembra averla metabolizzata perfettamente. Del resto qualcuno ricorda che Thomas Jefferson, padre della patria americana, affermava che «ogni epoca ha bisogno della sua rivoluzione» e che stavolta le bandiere che sventolano sono quelle verdi del green new deal (o del green capitalism e basta, ma questo si vedrà con il tempo). Eppure qualcosa manca, ed è il governo. Proprio qui, nella vera e propria fiera: il ministro Stefania Prestigiacomo, prevista, ha cancellato la sua partecipazione a un dibattito su Kyoto e Copenaghen, mentre i funzionari del dicastero non arrivano e basta al tavolo di molti dei convegni. Ma sarebbe solo un problema simbolico se si limitasse a questo.
Di fatto, il governo manca - e di parecchio - di muovere la palla in tutta la partita delle rinnovabili, a meno non si voglia accreditare (e noi non commettiamo lo sbaglio di farlo) come tale il nucleare, strettamente presidiato dal ministro Scajola in patria e oltreoceano. Ai produttori di rinnovabili questo gap non sfugge, e non stiamo parlando di un pugno di post hippy dediti alla cura dell’orticello biodinamico, ma di veri e propri imprenditori, anche di industrie di un certo nome, dalla Siemens alla Vestas, e delle loro associazioni di rappresentanza. Dice infatti Roberto Longo, presidente di Aper, l’associazione dei produttori delle rinnovabili: «Il governo ha dettato chiaramente la sua ricetta energetica: 25% al nucleare, 25% alle rinnovabili, 50% alle fonti convenzionali. Non vedo niente per l’efficienza e il risparmio, che danno risultati immediati anche dal punto di vista economico - continua nel suo intervento a un convegno sul cambiamento climatico - anzi vedo che si cancella il 55% di sconto d’imposta per l’installazione di solare termico.
E poi: il 25% da rinnovabili sul totale del consumo energetico si traduce in un 32% sulla produzione di energia elettrica. Oggi siamo al 17% di contributo, di cui una buona parte fatta con l’idroelettrico di grossa taglia. Questo significa che da qui al 2020 dobbiamo quasi raddoppiare la quota. Un obiettivo ambizioso, se non si mette a regime un sistema industriale legato alle rinnovabili e se non si condivide la politica energetica con le Regioni ». Con cui, ricorda Longo, occorre «fare patti chiari, suddividere il carico della riduzione dei gas serra richiesta dal Protocollo di Kyoto, fare in modo che si facciano i piani energetici regionali: in Lombardia non c’è vento, non si faccia l’eolico, si scelga qualcosa di altro». Il punto è che con le rinnovabili si esce dalla crisi, a livello occupazionale ma anche finanziario. E per mettere a punto tutto questo serve «uno sforzo politico». Parole al vento?
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







