La missione Clinton

Annalena Di Giovanni
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PAKISTAN. Nel giorno in cui il segretario di Stato Usa arriva a Islamabad, un’autobomba esplode in un affollato mercato della città di Peshawar, nel Nordovest. Sono almeno 100 i morti. Il confronto tra Washington e al Qaeda non è affatto chiuso.

L’ultima volta che un Clinton aveva messo piede in Pakistan era stato Bill, nel marzo del 2000. L’aveva fatto in punta di piedi, con tanto di aereo civile, visite a porte chiuse e niente di ufficiale. Ad accoglierlo non c’era stato alcun attentato suicida con almeno 100 morti nel mezzo di un mercato centrale, come quello avvenuto ieri a Peshawar. Erano i giorni in cui il generale Pervez Musharraf aveva appena preso il potere, e gli elementi dell’Isi (i servizi segreti pakistani) infiltravano, secondo la Cia, lo stesso governo di Islamabad, minacciando l’incolumità di Bill che da al Qaeda era stato condannato a morte nel Nord del Paese. Peshawar stava diventando la capitale del jihad globale. Vi fiorivano le madrase dello sceicco Azzam, che con i soldi sauditi arringava gli studenti alla guerra santa; vi spuntavano, come funghi, i campi di addestramento dell’allora poco conosciuto miliardario saudita Osama Bin Laden.
 
Intorno a campi e madrase, circolava ogni sorta di estremismo religioso armato; ceceni in fuga, veterani dalla Bosnia, zeloti arrivati fin dal Libano o dall’Egitto per apprendere l’uso delle armi. Dieci anni dopo, Hillary Clinton, nuova segretaria di Stato e moglie dell’ex presidente Bill, è atterrata a Islamabad per ribadire che i rapporti fra Pakistan e Usa, anche sotto la nuova amministrazione Obama, saranno forti e solidali. Mentre si pronunciava contro le morti innocenti per mano dei terroristi jihadisti, l’esercito pakistano ha bombardato di nuovo il Waziristan del Sud a caccia di talebani, facendo 42 vittime. Le agenzie pachistane parlano ormai di disastro umanitario e di almeno 120mila sfollati. Il Pakistan sta pagando cara l’amicizia con Washington: soltanto questo mese le vittime sono state 240, tutti civili coinvolti per caso negli attentati contro il supporto del governo all’esercito Usa.
 
Il Pakistan è da anni la retrovia per ogni sorta di militanza anti americana, da al Qaeda ai jihadisti: realtà che si aggiungono agli altri movimenti che le sue gole e i suoi altopiani tengono nascosti. Dal traffico di droga ai ribelli baluci che solo due settimane fa hanno messo in ginocchio i Guardiani della Rivoluzione in Iran con un kamikaze. Oltre a questo, Islamabad sconta per intero i frutti dell’intervento - che Obama vorrebbe addirittura inasprire - nel vicino Afghanistan, che ha trascinato il Paese in prima linea nella guerra fra Washington e talebani. L’attentato di ieri a Peshawar, roccaforte jihadista, nel mezzo del mercato, nell’ora di punta, volto a mietere vittime fra donne e bambini, ha dimostrato che il conto fra Washington e al Qaeda è tutt’altro che chiuso. E che Islamabad non è in grado di controllare il proprio territorio.
 
Sul lato pachistano del Waziristan, i “terroristi talebani” che Usa e Pakistan prendono di mira con massicci bombardamenti sono membri delle tribù mehsud, originarie del posto, che continuano a viverci con le proprie famiglie. Se è difficile pretendere che mogli e figli consegnino alle autorità pachistane i propri parenti taleban, è ancora più improbabile guadagnare consensi scaricando sui villaggi gli arsenali targati Usa, portando avanti bombardamenti con droni pilotati a distanza, operazioni militari che hanno destato “preoccupazione” persino fra gli esperti legali dell’Onu. Ottantaquattro vittime a Peshawar, 120mila sfolla- ti in Waziristan, 42 morti al confine con l’Afghanistan, 6 stranieri dell’Onu uccisi a Kabul dagli studenti coranici. Per l’Asia Centrale, ieri, è stata una giornata di sangue. Hillary, però, a Islamabad è andata a occuparsi di altro. Per i prossimi due giorni mostrerà il volto buono della nuova amministrazione Obama, promuovendo nuovi interventi di potenziamento energetico nei villaggi rurali del Paese lontani dalle aree taleban. Una magra consolazione, l’elettricità, per un Pakistan ormai messo a ferro e fuoco.

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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