La strage di Marzabotto negli occhi dell’innocenza
A Monte Sole, non lontano da Bologna, Martina, una bambina di 8 anni aspetta che nasca il fratellino. È l’inverno del 1943. Nella notte tra il 28 e il 29 settembre il bambino nasce, ma contemporaneamente i nazisti entrano in paese per rastrellare la popolazione. L’eccidio di Marzabotto, dove persero la vita 770 persone, è la storia che viene raccontata da Giorgio Diritti nel film L’uomo che verrà. Una delle tre pellicole italiane in concorso al Festival internazionale del film di Roma. Regista rivelazione nel 2005 con una poetica opera prima, Il vento fa il suo giro, sulla diffidenza e la paura dell’altro, con questo ultimo film il regista indaga su uno dei crimini più efferati commessi contro la popolazione civile da parte dell’esercito nazifascista, durante la Seconda guerra mondiale.
Ci può spiegare il significato del titolo del film?
L’uomo che verrà fa riferimento a due significati. Da una parte, nel film c’è l’attesa dell’arrivo di un nuovo fratellino, ma dall’altro rappresenta la volontà di guardare oltre e chiedersi, dopo vicende come questa, che umanità sarebbe nata.
Lei ha detto che L’uomo che verrà vuole essere anche una riflessione sul presente. In che senso è attuale un film come questo?
È vero, la mia è una riflessione che rimanda al presente. È una pagina di storia che purtroppo finora è stata un po’ nascosta e che è stato difficile riportare alla memoria comune. Quindi da parte mia, da un lato c’è questa volontà di non dimenticare e poi di vigilare sul fatto che non risorgano ideologie che definiscono delle persone diverse da altre. Credo che ci sia bisogno ancora una volta di ricordare che il nazismo nasce da una logica di razza superiore. Per questo penso che il film sia utile a mantenere vigile l’attenzione contro ogni forma di discriminazione e nazismo. Oltre a ciò c’è da dire che, purtroppo, nel mondo ci sono ancora fronti di guerra aperti, dove i civili si trovano a essere vittime, spesso considerate accessorie dai media. Vorrei, per questo, che il mio lavoro fosse l’occasione per far sentire forte il grido degli innocenti e riportare l’attenzione sulla difesa della vita, come primo obiettivo dell’umanità.
Secondo lei in questo momento storico in Italia si rischia di dimenticare il significato di eventi così importanti del passato?
In parte è dovuto al fatto che le persone che hanno vissuto la guerra sono di età molto avanzata e questo fa sì che la memoria reale, storica, dell’epoca si stia stemperando. È importante mantenere vivo il ricordo di quello che è stata l’occupazione nazista, di cosa è stato il fascismo e la Resistenza. Il valore della Resistenza non è solo un valore politico, ma è la reazione a un’ideologia, come quella nazista, che partiva dalla volontà di imporre un proprio dominio sull’Europa sulla base di una razza superiore. Credo che questi elementi siano utili anche oggi. La società è cambiata, esistono dinami- che diverse, ma la logica di una differenza fra gli uomini ancora serpeggia. Oggi alcuni vengono definiti extracomunitari, molto spesso vengono fatte delle classificazioni che possono diventare il germe di ideologie che portano a scelte molto gravi.
Perché ha scelto di raccontare una tragedia così grande attraverso gli occhi di una bambina?
Semplicemente perché lo sguardo dei bambini è sicuramente innocente e curioso. Tutti noi per fortuna siamo stati bambini e per questo ricordiamo la felice sensazione del conoscere l’umanità, la vita, la società, unita a un sentimento di disagio quando c’erano delle cose strane che non tornavano, che erano incoerenti. Ritrovare la logica dello sguardo dei bambini può aiutare a identificare le proprie contraddizioni. Poi non dobbiamo dimenticare che la gran parte delle vittime di Marzabotto è rappresentata da bambini di età inferiore ai 12 anni. Dunque era anche un modo per ricordarli e averli ben presenti.
Lei sembra non avere padri in Italia dal punto di vista dello stile. Anche in questo film privilegia l’immagine e il raccon to del paesaggio al dialogo?
Sicuramente questi elementi fanno parte del mio fare cinema e direi di questo tipo di storia. In realtà, poi, nel miei film ci sono dei riferimenti cinematografici ad altri autori, anche se non espliciti. Ad esempio faccio riferimento a Piavoli per certi sguardi sulla natura, per certi silenzi, e a Olmi in altre parti. Però è giusto e forse importante che ciascuno esprima se stesso e la propria identità in maniera originale. In questo film era essenziale fare un salto al 1944 e dare la possibilità allo spettatore di realizzare un viaggio nel tempo, per sentirsi il più possibile vicino all’epoca dei fatti.
Dunque il lavoro è stato molto attento alla ricostruzione degli ambienti, alle sensazioni che generavano dalla scelta dei volti, ai movimenti degli attori e al loro linguaggio. Ho poi scelto di girare il film nel dialetto bolognese dell’epoca, perché questo aiutava a entrare meglio in quella dimensione. Realizzare un’opera è un modo di comunicare e parlare alla gente e questo io lo faccio con il linguaggio che più mi viene istintivo. Da questo punto di vista penso che certi gesti, paesaggi e sensazioni comunichino in maniera più forte di tante parole.
Quanto è difficile proporre in Italia un cinema di qualità?
In Italia ci dovrebbe essere senz’altro maggior rispetto per la cultura, che è la base dell’arricchimento di tutta la società. La comunicazione, lo scambio d’informazioni, di esperienze ed emozioni sono il motore del mondo. Per questo banalizzare tutto alla dimensione commerciale è qualcosa che pagheremo a caro prezzo. Purtroppo le dinamiche di consumo anche nell’ambito dello spettacolo fanno arrivare allo spettatore cose insipide che si dimenticano facilmente, lasciando un senso di vuoto. Questo molte volte genera sofferenza e dalla sofferenza possono nascere ideologie sbagliate, come quelle di cui parlo nel film.







