Le bugie al centro dei poligoni
URANIO IMPOVERITO – IL VELENO INVISIBILE. Secondo Falco Accame è necessario svelare tutta la verità sulle sperimentazioni delle armi nei poligoni, comprese quelle all’uranio impoverito, in quanto legate problema dell’inquinamento del terreno e delle zone di mare interessate.
«Desegretare tutto ciò che si riferisce alle sperimentazioni nei poligoni fatte da civili e militari. Mettere a disposizione di una Commissione ad hoc tutto il materiale già segretato relativo alle operazioni condotte nei poligoni ». E’ questo il primo punto di un promemoria che Falco Accame, presidente Anavafaf, Associazione nazionale assistenza vittime arruolate nelle forze armate, sottoponeva già nel 2000 al sottosegretario alla Difesa Salvatore Cicu. Ma perché desegretare? «Nei poligoni di tiro, si testano le armi - dice Accame -. è lecito pensare che tra queste ve ne siano anche all’uranio impoverito. Se venissero testate armi più obsolete, rispetto a quelle all’uranio, la sperimentazione sarebbe di scarsa utilità».
Quindi, i test nei poligoni si legano al problema dell’inquinamento del terreno e delle zone di mare interessate. «Questo pone un problema su cui spesso si tace - spiega Accame -. Laddove si genera un enorme accumulo di residui di armi distrutte, si può venire a determinare un’area non bonificabile ». L’inquinamento è causato non solo dai proiettili che penetrano nel terreno, ma anche dagli obiettivi distrutti, come carri armati, casematte ecc. Lì si accumula il “particolato”, una polvere sottilissima prodotta dalle esplosioni. Si tratta delle cosiddette “nanoparticelle” emanate dai proiettili realizzati con metalli pesanti. Tali nanoparticelle sono state considerate nella Finanziaria del 2008 come pericolose, quindi giustificative dei risarcimenti.
«Per necessità di valutazione dei risultati - dice Accame - nei poligoni vengono registrate le coordinate dei punti di impatto nel terreno, delle armi usate. Dati che figurano anche nei documenti relativi a sperimentazioni effettuate da ditte civili. Tra queste, anche ditte straniere che sono però esentate dal redigere i rapporti sui test eseguiti e possono avvalersi solo di una “autocertificazione”. Questo, dal punto di vista delle verifiche, è del tutto insufficiente. Ecco perché è importante desegretare - puntualizza Accame - conoscere le coordinate geografiche dei punti in cui sono cadute le armi per effettuare eventuali misure di contaminazione del suolo e in profondità delle falde acquifere.
Sapere chi ha partecipato alle operazioni ed è stato sottoposto a rischi. Inoltre è importante individuare la zona di raccolta dei materiali residuati, capire se sono stati emanati bandi internazionali di proibizione dell’uso di armi all’uranio impoverito, conoscere le eventuali procedure di verifica adottate, ecc. Credo, però, che una situazione di pericolo particolarmente grave si trovi nei poligoni dove si effettua il tiro navale contro costa, da parte di navi italiane e anche straniere. Perché le cariche esplosive dei proiettili navali sono enormemente più potenti delle cariche delle armi controcarro, anche più di molti missili. Infatti, a Teulada - conclude Falco Accame - risulta che ci siano zone “off limits” considerate “non più bonificabili” e questa è una situazione grave sulla quale occorre indagare a fondo per le ripercussioni sull’ambiente».
La Difesa sostiene che non vi è mai stato uso di uranio impoverito né in Italia, né nei poligoni, né all’estero. Nel settembre del 2000, l’allora ministro della Difesa Sergio Mattarella, in risposta a una interrogazione parlamentare, in merito alla morte di due militari, Giuseppe Pintus nel poligono di Teulada, e Salvatore Vacca in Bosnia, affermò che in entrambi i casi non c’entrava l’uranio impoverito. A maggio 2005 il dottor Armando Benedetti, esperto qualificato in radio protezione del Cisam (Centro interforze studi applicazioni militari) dichiarò alla commissione Uranio impoverito del Senato: «Abbiamo un rammarico dal punto di vista scientifico. Non ci siamo accorti dell’impiego dell’uranio depleto in Bosnia». La Nato, in risposta al quesito posto dall’On. Mattarella, dichiarò che in Bosnia erano stati gettati 10mila proiettili all’uranio. C’è solo da augurarsi che nei poligoni la situazione non sia analoga.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







