Lo scandalo del petrolio lucano finisce sul tavolo dei ministri

Giorgio Frasca
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RISORSE Un deputato del Pdl, Donato Lamorte, ha rivolto una lunga interrogazione a Scajola e Prestigiacomo in merito alla gestione dei ricchi giacimenti in Basilicata e all’impatto ambientale sul territorio di trivellazioni e centrali.

Una volta tanto al cronista si sostituisce il parlamentare. Nel senso che il deputato Donato Lamorte (Pdl, area strettamente finiana) ha steso e rivolto ai ministri dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, e dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, una lunga interrogazione che è in realtà un vero e proprio servizio giornalistico. Doppio ringraziamento, dunque, a Lamorte: da parte del cronista, che può limitarsi a riferire; e da parte degli ambientalisti, che hanno cotta e mangiata una vera e propria inchiesta sulle condizioni e le contraddizioni (esemplari le une e le altre) di una piccola regione, la Basilicata, stretta tra l’incudine di una ricchezza spropositata, ma soprattutto malgestita, e il martello delle crescenti minacce all’ambiente. Entriamo dunque nel vivo della questione.
 
La Basilicata - in molti lo sanno, io l’ho saputo ora - è il bacino petrolifero più grande dell’Europa continentale con oltre un miliardo di barili di petrolio stimati nel sottosuolo. Da sola la Val d’Agri custodisce, in 47 pozzi, circa 465 milioni di barili (sino ad ora ne sono stati estratti undici milioni) che, al valore corrente di 90-100 dollari al barile fanno un tesoro di quasi cinquanta miliardi di euro. Però c’è la controfaccia: i pozzi petroliferi hanno una profondità media di tre, quattromila metri con una difficile successione stratigrafica del terreno, che comporta enormi sforzi logistici di trivellazione e altissimo impatto ambientale. Per giunta, ecco la beffa delle compagnie petrolifere, Total, Esso e Shell. Le royalty che esse pagano alla Basilicata per estrarre l’oro nero sono appena del 7 per cento (4 se l’estrazione avviene in mare).
 
Insomma, percentuali tra le più basse del mondo se si pensa che oggi Venezuela, Bolivia ed Ecuador rinegoziano i contratti per portarle oltre il 50 per cento. Di più e di peggio: è rimasto (quasi) lettera morta l’accordo tra Regione e compagnie, siglato nel 2006, che doveva consentire alla regione stessa di dotarsi di un sistema di monitoraggio ambientale efficiente da 33 milioni di euro e fornire gratis tutto il gas naturale estratto, con un minimo garantito di 750 milioni di mc, alla Società energetica lucana. Con il conseguente effetto di una riduzione del 10% della bolletta del gas. Ma la maggior parte della popolazione della Basilicata non può fruire del servizio per via delle carenze infrastrutturali che bloccano, non per colpa della Regione, lo sviluppo della rete del gasdotto.
 
A questo punto, l’interrogazione di Donato Lamorte passa dall’incudine al martello. Premessa: la Val d’Agri doveva diventare un parco nazionale per bellezza paesistica, naturalistica e biodiversità. Lì vengono prodotte particolari specie di legumi e grandi estensioni sono coltivate a vigna e ulivo. Non si contano poi aziende biologiche e agriturismi: un piccolo paradiso. Già, ma se non si interviene immediatamente si potrebbe consumare nel giro di pochi anni un vero e proprio disastro ecologico: già oggi aria, acqua e persino il famoso miele della Valle sono sempre più inquinati di idrocarburi, benzeni e alcoli. Non è un’invenzione di Donato Lamorte: egli si limita a riferire i risultati di una ricerca dell’università della Basilicata pubblicata dall’International journal of food science and technology in cui si rileva anche che i limiti di emissione di idrogeno solfato sono diecimila volte superiori alla norma.
 
D’altra parte la fiducia verso l’Agenzia regionale di protezione ambientale (Arpad) si è via via così affievolita che alcuni Comuni hanno deciso di effettuare i controlli ambientali per conto proprio, attraverso un proprio sistema di monitoraggio ambientale. Tra questi Corleto Perticara, e non a caso: il Comune ha ceduto alla Total per 99 anni e per 1,4 milioni di euro, il diritto di superficie su un’area di 555mila mq. in cui realizzare un centro olii.
 
Tre domande al governo siglano l’interrogazione, pubblicata negli Atti parlamentari della Camera, allegato B ai resoconti, seduta del 29 settembre 2009, pagg. 8054-8056:
«1.- Se, come e quando i due ministeri intendano attuare in Basilicata tutte quelle politiche volte a salvaguardare biodiversità e ambiente con la diffusione, accanto a ogni centrale di produzione di energia, di impianti di cattura e stoccaggio della CO2 e dei veleni derivanti dalla raffinazione del petrolio, come e anzitutto l’idrogeno solforato;
2.- se, nel contempo, i due ministri interrogati non intendano destinare maggiori risorse finanziarie per risollevare e sostenere il settore agricolo e tutti i comparti ad esso collegati, che rappresentano una fonte di reddito importante in regione;
3.- se non ritengano, sempre i due ministri, opportuno e necessario aumentare notevolmente le royalties a carico delle tre sorelle petrolifere, in modo da sostenere sia la bonifica ambientale del territorio regionale e sia la realizzazione di tutte quelle opere infrastrutturali necessarie allo sviluppo della Basilicata, compresa una effettiva riduzione della bolletta energetica».
 
Quando risponderanno la Prestigiacomo e Scajola? L’interrogante ha chiesto, com’è suo diritto, la risposta scritta. La media temporale della risposta a una interrogazione è di sei mesi ma anche un anno. Con il deputato Donato Lamorte anche Terra aspetterà pazientemente, e darà conto ai suoi lettori di una risposta che non interessa solo la Basilicata.

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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