Palestina, il ruolo dell’Europa nel difficile cammino verso la pace
MEDIO ORIENTE. In occasione della marcia di 400 italiani per la ripresa del dialogo, da Gerusalemme si rilancia l’idea di uno Stato, due popoli e tre religioni. I partecipanti: «È necessario fare pressioni sulla parte più forte, ossia su Israele».
«Se volete veramente aiutare palestinesi e israeliani a raggiungere la pace, è necessario che facciate pressione sul più forte, ossia su Israele, senza temere accuse di antisemitismo, usando le armi del diritto e se serve anche quelle del boicottaggio». A parlare, sintetizzando il pensiero di molti dei partecipanti alla marcia della Pace dei 400 a Gerusalemme, è il Patriarca latino della Città Santa, Michel Sabbah, intervenuto alla conferenza sulle responsabilità dell’Europa in Medio Oriente. In una sala gremita, al Notre Dame Center, proprio di fronte alla porta di Jaffa, Sabbah ha ottenuto gli applausi di una platea attenta, formata da una parte di quella società civile italiana interessata a comprendere meglio le ragioni del conflitto e le ingiustizie dell’occupazione. In Israele «il diritto è morto, – ha aggiunto il Patriarca - eppure nessuno osa intervenire ».
L’Europa dunque può e deve usare gli strumenti di cui dispone, a partire dai Trattati commerciali stipulati con Israele per far leva sul governo israeliano e superare una impasse causata da quaranta anni di occupazione militare, hanno evidenziato anche gli altri relatori. «Il governo israeliano ascolta solo le minacce», ha rincarato Janet Aviad, attivista di Peace Now, organizzazione israeliana impegnata in azioni dimostrative e di corretta informazione, fondata nel 1978. Minacce date dalle sanzioni economiche e da ultimatum nel quadro del diritto comunitario, naturalmente. «Il nostro scopo è arrivare ad una pace, non condannare», ha argomentato ancora il Patriarca Sabbah, ma per farlo serve il coraggio. «Ci sono tantissimi accordi da cancellare con Israele» se il governo israeliano non rispetta le risoluzioni Onu e il diritto, ha spiegato.
Ma lo scetticismo nei confronti delle istituzioni europee rimane: «Dopo le parole di Obama al Cairo abbiamo sentito un grande silenzio: il silenzio dell’Europa», ha denunciato anche Flavio Lotti a capo del coordinamento italiano delle amministrazioni locali per la Pace in Medio Oriente. A prender le parti dell’Europa in questo incontro, il console generale di Svezia a Gerusalemme, Nils Eliasson, rappresentante di turno dell’Ue. «L’Unione europea continua a seguire molto da vicino la questione palestinese e a promuovere la costituzione di uno Stato di Palestina. – ha chiarito - Nonché ad assistere l’Autorità nazionale palestinese ». Nell’ottica della “two state solution”.
La soluzione dei «due popoli per due stati – ha detto Eliasson – rimane quella sul tavolo e siamo impegnati per ottenere questo obiettivo». Eppure non tutti all’incontro di Gerusalemme la pensano così: il rettore dell’Al Quds university di Gerusalemme, Sari Nusseibeh ha prospettato l’ipotesi di un solo stato per due popoli e tre religioni, «uno Stato per tutti, ebrei, cristiani e musulmani». Nusseibeh ha manifestato scetticismo sulla opportunità di continuare a prefigurare un accordo sulla formula ‘two state solution’: «ave- re uno stato nazionale palestinese è importante – ha precisato - ma ancora più importante è il rispetto del valore umano, in qualsiasi stato si viva», ha detto.
E se due Stati vuol dire «pochissimo spazio lasciato ai palestinesi e questione dei profughi irrisolta - ha argomentato il rettore - allora è più auspicabile un solo stato per entrambi». Molto dure, poi, le sue accuse alla politica europea di questi anni: una politica fatta in sostanza «di dichiarazioni di principio, richiami al rispetto del diritto internazionale, di denunce di illegalità», ha detto Nusseibeh, ma anche di «enormi aiuti economici e finanziari ai palestinesi affinché accettassero di continuare a subire il costo dell’occupazione».
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.






