A Roma una folla immensa sogna un’Italia più libera
INFORMAZIONE Sigle diverse, nemici ed ex amici sospettosi: tutti uniti dal senso di rivolta all’oppressione culturale del governo Berlusconi e della sua destra clericofascista, palazzinara e machista. Un pomeriggio bello, caldo e confuso.
Gli organizzatori parlano di trecentomila persone, ma non importa perché eravamo comunque tantissimi ieri a Roma, in Piazza del Popolo, alla manifestazione per la libertà di stampa. Una folla enorme, coloratissima, di donne e uomini stipati all’inverosimile. Il primo dato quindi è quello del successo. Ma il dato saliente non è quello quantitativo. Quella di ieri è stata forse la più strana delle manifestazioni. Nemici giurati, ex amici sospettosi,diversità di ogni genere si sono incontrate. C’erano proprio tutti. C’erano i politici di spicco, i giornali, i partiti, i sindacati (anzi “il” sindacato visto che di Cisl e Uil neanche l’ombra).
C’erano, insomma, persone che non prenderebbero il caffè insieme. Eppure tutti si sono trovati ad applaudire addirittura il segretario nazionale del sindacato dei giornalisti Siddi (non la più popolare delle istituzioni né il più avvincente degli oratori) e il suo estenuante discorso. Sono passati tutti i leader politici.Alcuni hanno dovuto mostrare coraggio (vedi la dirigenza del Pd dopo il flop delle votazioni sullo scudo), altri non faticavano a raccogliere applausi, come i dipietristi. Tutti hanno rilasciato la loro dichiarazione fieramente antiberlusconista. Non sembra davvero lo stesso Paese in cui solo ieri un Veltroni ambiziosamente “maggioritario” neanche nominava il Cavaliere in campagna elettorale. Il valore nominale della manifestazione non spiega tutto. Non è la “libertà dell’informazione” il punto.
Che in larga parte è ancora presente, nonostante gli attacchi feroci, in Italia. E forse non è neanche il discorso più ampio della qualità dell’informazione, della conoscenza, della qualità della nostra democrazia. Temi sui quali i partecipanti alla manifestazione probabilmente avrebbero litigato animosamente senza accordo alcuno. Eppure è successo che uomini e donne di sinistra radicale, di Rifondazione, di Sinistra e libertà, si sono trovati ad applaudire l’anziano fondatore di Repubblica Eugenio Scalfari, l’eterno nemico della sinistra italiana, lo sponsor del più disastroso Veltronismo. è accaduto per un giorno. E poi c’erano anche i precari della scuola. E forse sono stati loro a dare la vera dimensione della protesta di ieri. La dimensione che in maniera chiara, seppur indefinita, è culturale. Qual era infatti, davvero, il luogo comune, il minimo comune denominatore di quella folla multicolore?
L’ipotesi è che sia la “bruttezza” di Berlusconi, quel senso di oppressione, di cappa, che quella poltiglia olezzosa di clericofascismo e machismo tronista da lui generato. E l’angoscia, o almeno il disagio che provoca in tantissimi l’idea che una fetta importante di italiani si riconosca in un personaggio antropologicamente così indigeribile. Il disagio profondo che viene dall’essere governati e rappresentati da un signore così in- credibilmente orrendo, l’incredulità che esistano davvero milioni di italiani simili a lui. Per un giorno, anzi un pomeriggio, in piazza è scesa l’Italia che soffre non per la disoccupazione o per le condizioni materiali di vita. Ieri in piazza c’era l’Italia che soffre per la devastazione culturale di questo Paese. Se solo succedesse più spesso.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







