Scorre veleno nel Sud
INCHIESTA A San Pietro, Amantea, Malito, Cleto, Serra d’Aiello, Foresta e in molti altri paesi calabresi la morte arriva dai fiumi, dalle falde e dai terreni contaminati con materiale tossico e radioattivo. Nuove indagini della magistratura.
«Con l’attuale disponibilità di informazioni in possesso dello scrivente si può senz’altro confermare l’esistenza di un eccesso statisticamente significativo di mortalità nell’area del distretto sanitario di Amantea rispetto al restante territorio regionale, dal 1992 al 2001, in particolare nei comuni di Serra d’Aiello, Amantea, Cleto e Malito». Poche righe, condite dall’ufficialità, per confermare quello che fino a poco tempo fa era oggetto di battaglie di associazioni ambientaliste e di qualche comitato cittadino. L’area in questione è quella dove nel 1990 spiaggiò la Jolly Rosso, la madre di tutte le navi dei veleni.
La perizia, effettuata dal dottor Giacomino Brancati, venne richiesta dal procuratore di Paola Bruno Giordano proprio quando quest’ultimo avviò una nuova inchiesta sull’aumento dei casi di tumori nella zona di Amantea. Sotto accusa le acque del fiume Oliva, nel bacino del quale lo scorso agosto è stata scoperta una vecchia cava dismessa che risulta gravemente contaminata da sostanze radioattive. Qualche mese prima, gli stessi tecnici che avevano rilevato le radiazioni nella cava, avevano scoperto un sarcofago di cemento lungo oltre cento metri vicino alla briglia del fiume Oliva. Una volta effettuato il carotaggio, all’interno sono stati prelevati campioni di mercurio e di altri resti dell’industria chimica. Una situazione ambientale devastante, alla quale si aggiunge ora l’allarme sanitario.
A Serra d’Aiello, secondo la perizia di Brancati, si muore per tumori maligni del colon, del retto, del fegato, degli organi genito-urinari e della mammella. L’eccesso di mortalità nel comune di Amantea e Malito riguarda i tumori maligni del colon, mentre nel comune di Cleto si muore per malattie dell’apparato cardiovascolare. «Vi è altresì un eccesso statisticamente significativo - continua la relazione - di ricoveri ospedalieri rispetto al rimanente territorio regionale, dal 1996 a oggi, nel distretto sanitario di Amantea e in particolare nel comune di Serra d’Aiello, in parte per le stesse cause».
Brancati, nel suo dossier conferma «l’esistenza di un pericolo attuale per la popolazione residente nei territori dei Comuni di Amantea, San Pietro in Amantea e Serra d’Aiello, circostante al letto del fiume Oliva a sud della località Foresta dovuto alla presenza di contaminanti ambientali capaci di indurre patologie tumorali e non. La conclusione dello studio lascia pochi dubbi: «Le evidenze attuali rafforzano la sensazione che siano effettivamente presenti una quantità e tipologia di inquinanti ambientali nel suolo e nelle acque e in atmosfera in ambito del bacino fluviale del fiume Oliva tali da potere condizionare un danno per la salute dei residenti oltre che per l’ambiente circostante». La scia delle “navi a perdere”, quindi, avvelena non solo le acque della Calabria ma anche l’entroterra.
Non è un caso che le prime denunce sui traffici di rifiuti tossici avevano come oggetto proprio l’Aspromonte. Nel 2004 Nuccio Barillà, storico esponente calabrese di Legambiente, nel libro Terre Blu, scriveva: «Quella mattina del 2 marzo ’94, assieme a Enrico Fontana rileggevamo la denuncia che da li a poco avremmo consegnato a Francesco Neri - a quel tempo giovane sostituto della allora Pretura di Reggio e ci rendevamo conto della gravità e della delicatezza della faccenda che andavamo segnalando. Mai, però, avremmo potuto immaginare che nei mesi e negli anni seguenti si sarebbe scatenata tutta quella tempesta. Le notizie abbastanza circostanziate girate da Legambiente, al magistrato - che avevamo incrociato ai tempi della battaglia contro la centrale a carbone di Gioia Tauro - si riferivano a un presunto traffico di rifiuti tossici e nocivi trasportati dal Nord Europa verso ben determinate zone dell’Aspromonte».
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







