Vita da bidella nella scuola dove si taglia a ripetizione
LUOGHI PRECARI. Più o meno quarant’anni, collaboratrice scolastica, Antonietta Battista vive in provincia di Caserta. Aspetta ogni anno un telegramma che le assegni delle ore di lavoro. Intanto ha fatto molti altri lavori, anche quello in una cooperativa che si occupa di soggetti con disagio psichico. «Ho finito per diventare una lavoratrice inaffidabile per altre occupazioni, perché tutti sanno che sono in attesa di chiamata per quella che dovrebbe essere la mia principale attività».
Non ci sono solo i professori precari nella scuola del ministro Maria Stella Gelmini. Ci sono anche i collaboratori scolastici, quelli che tutti chiamano «bidelli». Che non trovano pace, che non riescono a volte neppure a capire come si fa a trovare la stabilità, che vedono diminuire anno dopo anno i posti a disposizione. Come accade ad Antonietta Battista, che - anche se ha passato i quarant’anni - non ha ancora un lavoro fisso e gira da una scuola all’altra nei Paesi della provincia di Caserta alla ricerca di aule a cui badare e, soprattutto, di una dimensione lavorativa soddisfacente. La cosa curiosa della sua storia è che la prima domanda Antonietta - che oggi è disoccupata - l’ha fatta da giovanissima, alla fine degli anni Ottanta. «Dopo tutti questi anni, me ne ero ormai dimenticata», racconta oggi.
Nel 2005 arriva una chiamata inattesa e insperata: «Sono stata contattata da un amico che lavorava nella segreteria di una scuola e che ha visto che, finalmente, ero entrata negli elenchi». Era un periodo florido per i collaboratori scolastici («Davamo la disponibilità a lavorare per cento scuole», ricorda Antonietta). Da quel momento, «Ho lavorato esageratamente girando in pochi mesi una decina di scuole. Quasi ti pregavano di lavorare insiste Antonietta - tanto che per la carenza di personale Ata (Ausiliario Tecnico Amministrativo) fu addirittura necessario pubblicare una nuova graduatoria ». Una sbornia (si fa per dire) lavorativa durata troppo poco. La riorganizzazione avvenuta nel biennio successivo ha cambiato le carte in tavola e «i tagli dei vari governi hanno mandato tutto in crisi - è la ricostruzione di Antonietta - e noi da un giorno all’altro non abbiamo capito più niente di quello che stava accadendo ».
Quel che è certo è che gli spazi si sono ristretti e che «io l’anno scorso sono riuscita a lavorare appena sessantadue giorni » e che adesso «mi sento come appesa - sottolinea - aspettando una chiamata che non arriva per riprendere a lavorare a scuola». Poche spese, tanta ansia Nel frattempo Antonietta non sta con le mani in mano. Non l’ha mai fatto nella sua vita: «Ho sempre lavorato, sin da ragazzina. Ho fatto la baby sitter, ho fatto le pulizie nelle abitazioni private, la commessa in una boutique e in un negozio di oggettistica, sono stata anche in una lavanderia». Sempre piccoli lavori, instabili, spesso in nero, come capita troppo spesso nella profonda Campania. Una situazione che certamente non era soddisfacente. Così, negli anni, Antonietta ha incontrato un gruppo di persone che aveva deciso di occuparsi dell’assistenza a soggetti con disagio psichico attraverso le case famiglia. Per farlo avevano deciso di creare una cooperativa di lavoro. È stato un percorso lungo degli anni, fino al 2002. «Appena hanno aperto mi hanno chiamata rivela Antonietta - e ho iniziato facendo le pulizie nelle stanze. Poi, poco per volta, sono diventata responsabile della casa per la gestione delle cose quotidiane: dal cibo, alle pulizie, fino ai medicinali».
Un lavoro importante per tanta gente, che le piace, con il quale Antonietta nel 2005 ha rallentato «perché lavorare nelle scuole mi dava maggiore sicurezza, pagavano i contributi, avevo diritto alle ferie, soprattutto avevo uno stipendio adeguato alle mie esigenze ». Insiste: «Quello in cooperativa era un lavoro interessante ma, come mi era sempre accaduto, instabile». E giunti a un certo punto della propria vita - persino il ministro dell’Economia Giulio Tremonti l’ha dovuto ammettere in questi giorni - si sente il bisogno di un posto fisso, di un posto sicuro. E invece no. Antonietta - come tanti che sono entrati nelle scuole con lei - è stata sfortunata. E «pensando di fare un passo in avanti - rimarca - mi ritrovo oggi ad avere fatto un passo indietro». C’è un piccolo paradosso, infatti.
«Se cerco un lavoro oggi spiega - nessuno mi offre niente di serio: la possibilità di essere chiamata da un momento all’altro a scuola mi rende una lavoratrice inaffidabile». In pratica, anche nella cooperativa dove pure Antonietta ha conservato ottimi rapporti («Li conosco ormai da quindici anni», dice), l’hanno messa in attesa: «Preferiscono investire su persone che possono lavorare più a lungo chiarisce - e al massimo mi danno dei lavori part-time di quattro o cinque ore a settimana». Quando viene chiamata è tutto un gioco di contratti che si fanno e che si stracciano a seconda dei ritmi della scuola. È così in cooperativa, è così anche «in tutti gli altri posti in cui ho chiesto di lavorare». Per lei la situazione è molto difficile «ma non riesco a biasimarli, non posso dire che mi abbiano chiuso la porta in faccia». La fortuna, se così si può chiamare, è che Antonietta - automobile a parte, acquistata proprio per andare a scuola - non ha grosse spese: «Vivo ancora con mia madre a San Marcellino - dice - e grazie alla sua pensione riusciamo ad avere il minimo indispensabile per vivere». Certo, la cosa non è di quelle che fanno felici.
«Vivo un forte disagio - confessa Antonietta - non mi sento realizzata in campo lavorativo e neppure dal punto di vista personale mi posso dire soddisfatta: è terribile vivere aspettando che squilli il telefono o che il postino suoni alla porta con un telegramma per te». Cosa accadrà in futuro Antonietta non riesce a immaginarlo. «Sento forte la crisi, si avverte fuori di casa - commenta - non sono la sola ad avere avuto dei problemi di lavoro: altri amici hanno perso il lavoro. Uno che fa il professore aveva deciso di sposarsi perché aveva avuto l’incarico annuale, pensava che la situazione con il passare del tempo sarebbe migliorata e invece - aggiunge - è tornato indietro e quest’anno non ha nulla in mano e si trova con un matrimonio sulle spalle». Una storia come tante.
Che vale per i professori e vale per i collaboratori scolastici: «È difficilissimo - dice - l’anno scorso hanno chiamato 1.850 bidelli in provincia di Caserta, quest’anno soltanto 800». Non sono proprio numeri incoraggianti. Per lei la svolta (una piccola svolta) sarebbe passare da personale di seconda fascia («che può essere chiamata direttamente dalle trenta scuole che io ho scelto negli anni», commenta) a personale di prima fascia («che significa avere a che fare con la graduatoria generale e quindi avere più possibilità di lavorare», insiste Antonietta). Cosa le manca? Un contratto di appena sei mesi. «Per entrare in prima fascia - spiega - servono ventiquattro mesi di lavoro, io purtroppo ne ho ancora soltanto diciotto”. Sembra facile trovare sei mesi. Ma con i tagli «la situazione non è certamente delle migliori: io resisto e vado avanti». A più di quarant’anni.
danilochirico@dasud.it
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







