Alla scoperta dell’oro del Ghana

Jean-Marc Caimi da Tarkwa
ghana.jpg

AFRICA.Multinazionali, governo locale, proprietari terrieri, speculatori d’ogni sorta, contadini con paghe da fame, investimenti stranieri che aumentano. Nel Paese africano l’estrazione del metallo è un business che coinvolge molti personaggi, spesso senza scrupoli. Un viaggio in una realtà in cui verità parziali, connivenze e affari illegali si fondono in un unico obiettivo: la pietra preziosa.

L’oro del Ghana attira una quantità crescente di investitori e speculatori stranieri. Questa ondata di colonialismo imprenditoriale, iniziata nel 1986 quando fu varata la legge anticrisi, è oggi gestita in accordo con il governo. Le multinazionali sudafricane, australiane, inglesi e statunitensi, che sfruttano le enormi risorse minerarie del Paese, hanno portato nel 2009 all’estrazione di oltre 90 tonnellate d’oro, per un giro d’affari che nel 2008 è stato di quasi 2 miliardi e mezzo di dollari. La tassazione governativa bassissima (le royalty sono fissate in un margine che va dal 3 al 6 per cento) e il crescente prezzo dell’oro hanno incoraggiato il settore: sono 200 le aziende che si occupano di estrazione ed esplorazione mineraria. Non è una sorpresa il dato che emerge dalla ricerca dell’International food policy research institute americano: dal 2000 a oggi, gli investimenti esteri in Ghana sono stati per il 75 per cento nel settore minerario.
 
Lo scorso anno lo Stato ha guadagnato 70 milioni di dollari, cifra che potrebbe raddoppiare, ritoccando la tassazione. In questo contesto si inserisce lo “small scale mining”, l’attività di estrazione mineraria di taglia ridotta, che in questi mesi è stata presa di mira da una serie di personaggi senza scrupoli. Autentici cacciatori d’oro, chiamati “galamsey” dai locali. Questi pirati delle miniere sono tutti cinesi e si sono inseriti così bene nel meccanismo a maglie larghe dell’estrazione dell’oro di piccola scala, che sono destinati a diffondersi nell’intero Paese. «L’attività di small scale mining estrae il 15 per cento del totale dell’oro ghanese, è facile capire perché c’è un simile interesse nel prendere tutto e subito, prima che il governo riesca a trovare una strategia per bloccare il dilagare del fenomeno », spiega Nii Adjetey, segretario amministrativo dell’Associazione dei Small Scale Miners. Adjetey si offre come guida nel cuore del Ghana, sulle rive del fiume Ankobra, dove tutto è iniziato, per “scovare” questi cinesi.
 
Da Accra il viaggio è lungo e accidentato. Si va di notte, su pulmini scassati, passando per Kumasi, a nord per poi ridiscendere fino ad Akropong. Un piccolo villaggio sperduto, lontano geograficamente e concettualmente da ogni percorso noto a un occidentale. Piccoli commercianti, contadini e minatori vivono spesso in baracche. L’agricoltura e le miniere illegali sono il principale mezzo di sostentamento. «Il problema per noi è l’inquinamento che provocano queste miniere: è difficile spiegare quanto siano dannose per la comunità, si approfitta dell’ignoranza dei contadini. Si tratta di persone del luogo che fanno affari con i cinesi», racconta Anthony Darko, il direttore esecutivo della Ong New Generation Concern, « Alcuni contadini - continua Darko - guadagnano 5 cedis al giorno (3 dollari) e sono soddisfatti ».
 
L’inquinamento provocato da questi scavi e dall’estrazione dell’oro è devastante. Si tratta di miniere alluvionali: si devia parte del corso del fiume per immetterlo nella macchina che lava i sassi contenenti il metallo, si aggiunge mercurio, che si mescola all’oro e lo si fa depositare. Poi, parte del mercurio evapora e resta soltanto il metallo prezioso. Le scorie del processo, che non evaporano, rientrano direttamente nel fiume, che è l’unica fonte di acqua potabile degli abitanti della regione, usata anche per irrigare i campi. Aprire una miniera, inoltre, presuppone un grande movimento di terra e il deposito di enormi quantità di scarti. Intere piantagioni di riso, mais e cacao vengono rase al suolo. Non è tutto, molte miniere vengono scavate e poi lasciate in stato di abbandono nel momento in cui non sono più produttive o sono allagate dalle piogge. Si trasformano in enormi pozze, ricettacoli per le larve di zanzara, con gravi conseguenze sulla diffusione della malaria. I cinesi sono un po’ ovunque nella giungla. Si accampano in piccoli villaggi estemporanei fatti di lamiera, accanto agli scavi.
 
Portano le loro cose, la televisione, i dvd, il cibo. Montano le cucine da campo. Giocano a mahjong, a carte, si riposano e lavorano a turno. Quando la miniera viene chiusa si trasferiscono altrove. Spesso sono ospiti del capo locale, il chief o “nana”, che possiede la terra, con cui fanno affari. A Nsueam, una minuscola frazione di Akropong, ad esempio, la situazione è esattamente questa. «Ho preso 10mila cedis di anticipo (5.000 euro) e gestisco come meglio credo il 10 per cento della produzione aurifera», racconta il capo del luogo, credendomi un imprenditore interessato all’oro. Mentre parla, brandisce un fucile e protegge le sue terre, così redditizie. I cinesi fanno paura agli abitanti delle comunità, che temono i cani feroci che proteggono gli scavi e l’accampamento e la “crudeltà” dei loro padroni.
 
Ma se ci si avvicina con prudenza la curiosità prevale sulla paura di essere scoperti. Non parlano una parola d’inglese, ma accolgono lo straniero bianco, come loro, si fanno fotografare. Sono loro a usare le macchine più complesse e le ruspe. Il resto lo fanno i ghanesi, confinati in un accampamento fatiscente. Tutto il giorno con i piedi nel fango a scavare con le vanghe e sciacquare sassi auriferi. Le pareti della miniera, che si presenta come un enorme buco rettangolare, cedono e cadono al suolo con enormi schianti. Molti interessi girano intorno alle miniere scavate dai cinesi ed è per questo che è difficile fermare il fenomeno. Ascoltando una conversazione fra Mr. Adjetey e il signor Darko è emerso un dato fondamentale. In realtà, più che fermare tutto, si vorrebbe approfittare della situazione. Cacciare i cinesi, ma utilizzare i loro macchinari, le miniere che hanno già aperto e che hanno abbandonato.
 
L’idea non è assurda. Il governo ha ormai metabolizzato il fenomeno del “galamsey” illegale operato dai locali, e da anni non fa più caso a quello che accade nella giungla. Ma ora i cinesi fanno le cose in grande, le miniere sono enormi e il problema dell’inquinamento delle falde acquifere si moltiplica in proporzione. In pratica non esiste una struttura in grado di controllare ciò che accade e di intervenire. Intervistando il segretario generale dell’Associazione dei Small Scale Miners, Mr. Coffie Rivers, un altro tassello del puzzle si sistema nel quadro: «I cinesi sono andati via. Quelli che si vedono in giro fanno soltanto lavori legali: forniscono servizi, macchinari ai minatori locali». C’è una verità parziale nelle sue parole. I cinesi che hanno ottenuto la licenza di fornire “servizi minerari” sono di fatto in regola.
 
Ma si trasformano rapidamente nel fulcro di una serie di attività illegali, che vanno dall’affitto di macchinari per scavi non leciti, alla costruzione di strutture di alloggio, fino alla diffusione di informazioni riservate sull’ubicazione delle fonti aurifere. Mr. Rivers omette, nella sua esposizione dei fatti, gran parte della verità e il suo atteggiamento rivela l’assoluta necessità di nascondere un’altra storia. Connivenze e affari illegali fra cinesi e alcuni personaggi chiave dell’associazione dei minatori sono in piedi da anni. Sono proprio questi ultimi a portarli nei vari siti e a fare da intermediari con i capi, i “chiefs”, che possiedono la giurisdizione sulle terre. Veglia su questo magma di illegalità la Minerals Commission. L’entità governativa che ha l’autorità, secondo la Costituzione, di regolare e gestire l’utilizzo delle risorse minerarie.
 
La sede centrale di Accra non ha la minima voglia di dare spiegazioni ai giornalisti occidentali e diluisce il proprio imbarazzo di fronte alla questione, con infiniti e insormontabili dettagli burocratici. Inoltre, nessuno dei responsabili sembra essere mai in ufficio. È molto più loquace e coinvolto nel dramma delle comunità rurali, avvelenate dall’inquinamento, Felix Kwaku, l’ufficiale di distretto della Commissione della zona di Asankrangwa. «Le miniere illegali sono una proporzione di cinque a uno - spiega -. A volte le grandi imprese minerarie che possiedono le concessioni governative su vaste aree danno appalti a piccole società per esplorare nuovi terreni. Ma le informazioni raccolte sono intercettate dai galamsey, che si mettono subito a scavare. Altre volte l’illegalità passa per i minatori locali che scoprono una vena aurifera ma non hanno i soldi per effettuare gli scavi. Così chiamano i cinesi, che prendono in mano la situazione e offrono loro dei compensi per l’informazione e per la mediazione con i proprietari terrieri.
 
Tutto il Sud del Ghana è invaso da questo tipo di attività illegale e dai cinesi. Ma la cosa più assurda è che l’oro raccolto è solo parzialmente spacciato sul mercato nero. La maggior parte delle volte viene invece direttamente venduto al governo, che lo acquista senza chiedersi da dove provenga». Mr. Kwaku conclude con una considerazione inquietante che offre uno spunto di riflessione: «In realtà i cinesi avevano tutte le intenzioni di venire in Ghana per sviluppare il sistema di estrazione dell’oro su piccola scala. Questo avrebbe fatto molto comodo alla manodopera locale, al governo, attraverso una corretta tassazione, e alle comunità locali, adeguatamente ricompensate per le terre sottratte.
 
Inoltre la metodologia di lavoro sarebbe stata regolamentata, con l’inquinamento tenuto sotto controllo e nelle zone aurifere sarebbero state create delle infrastrutture. Invece gli interessi personali di una serie di personaggi chiave hanno deviato il processo su vie illegali, più rapide e redditizie. Adesso la small scale mining è un’attività compromessa, che deve recuperare una struttura operativa ormai intrisa di illegalità. Ci vorrà molto tempo». Nella giungla di Adansi piove. Una pioggia intensa e tropicale capace di riempire le vasche aurifere scavate a poca distanza dai fiumi. Se così fosse, quelle gigantesche piscine saranno abbandonate in favore di nuove, da scavare. I bambini del luogo ci faranno il bagno e con secchielli e palette andranno a giocare. «Siamo cercatori d’oro», dicono con sguardo ingenuo.

La prima pagina del giornale
2412_TERRA_001.jpg

Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
Ultime discussioni
OpinioneAppello per la Pace e i diritti nella Regione Kurda
da alessiodiflorio
 - 07/02/2012 - 22:09
Opinionela neve, il gas, la pace
da pietro ancona
 - 07/02/2012 - 18:53
Opinionel'anima nera dell'Europa
da pietro ancona
 - 06/02/2012 - 21:56
OpinioneIl Dio dei gatti
da robertod1961
 - 29/01/2012 - 16:05
OpinioneIl corporativismo al tempo di Monti
da pietro ancona
 - 24/01/2012 - 15:31