Armi all’uranio, il giallo svedese
URANIO IMPOVERITO – IL VELENO INVISIBILE. Sabato inizia la Conferenza di Stoccolma dal titolo “Guerre radioattive oggi”. Ma nessuno ne parla. Perché?
Certo è alquanto curioso che a pochi giorni dalla scadenza, non si parli dell’appuntamento importante del 14 e 15 novembre prossimo. è la Conferenza di Stoccolma dal titolo “Guerre radioattive oggi: armi all’uranio in Afghanistan, in Iraq e nei Balcani”. Scopo della riunione è quello di intraprendere azioni efficaci e concrete, destinate a realizzare progressi nella sicurezza e nel conseguimento del disarmo. In altre parole: abolire le armi all’uranio impoverito. Ma perché questo silenzio su un tema così importante? Cerchiamo di capire il “giallo”. Il primo novembre 2007 la risoluzione intitolata “Effetti dell’uso di armi e munizioni contenenti uranio impoverito” è stata approvata da 122 Paesi, con soli 35 astenuti. Hanno votato contro solo 6 Paesi: Usa, Uk, Francia, Paesi Bassi, Repubblica Ceca, Israele. Tale risoluzione esorta gli Stati membri dell’Onu a rie saminare i rischi per la salute derivanti dall’uso di armi all’uranio.
Nel marzo di quest’anno, il Belgio è diventato il primo Paese al mondo a introdurre un divieto nazionale per l’uso di uranio in tutti i sistemi d’arma convenzionali. La decisione di Bruxelles è un messaggio chiaro a tutti i membri della Nato e agli utilizzatori di armi all’uranio. L’uso continuato di sistemi d’arma chimicamente tossici e radioattivi è incompatibile con le norme del diritto internazionale umanitario. Così come lo è stato per le mine antiuomo e gas tossici. Armi già vietate, considerate crimini di guerra. La Guerra del Golfo 1990-91 ha visto per prima un ampio uso di proiettili all’uranio impoverito. Angelo Baracca, docente di Fisica all’università di Firenze, in merito alla vicenda ha dichiarato: «La dispersione nell’atmosfera di micro-particelle radioattive, tossiche anche dal punto di vista chimico, determinata da proiettili all’uranio impoverito, configura a mio parere una guerra nucleare “a bassa intensità”, o quanto meno, una guerra radiologica.
Il diritto umanitario internazionale ha proibito già in tempi molto remoti l’impiego di armi che non fanno distinzione tra soldati e civili e che causano sofferenze superiori a quelle necessarie per il raggiungimento dell’obiettivo militare. L’uranio impoverito rientra in questa tipologia di armi, visto che colpisce indistintamente anche civili. In Italia, la necessità di intervenire in merito all’abolizione dell’uranio fu affrontata già nel 2000 con la nascita del comitato Aui (Aboliamo l’uranio impoverito). La prima adesione importante fu di Giovanni Caselli, vicepresidente dell’associazione Adusbef. Caselli, che era nei Balcani come assistente del commissario governativo, aveva, tra gli altri compiti, quello di verificare l’agibilità di strutture abitative bombardate, le più sature di uranio impoverito. è stato uno dei primi civili a morire di “veleno invisibile”. Il silenzio colpevole di quanti sapevano allora e di quanti fanno finta di niente oggi, è gravissimo. Nessuno ha mai avvisato Caselli dei pericoli di inalare polveri sottili senza maschere, bere acqua, mangiare cibo e respirare aria contaminata.
Caselli è morto nel 2005, senza che gli venissero concessi i risarcimenti dovuti. Le prime direttive italiane di precauzione emanate dalla Kfor (Forza multilaterale Balcani) risalgono al 22 novembre 1999. Erano passati più di 6 anni da quando le norme erano a conoscenza dei reparti Usa. Il fatto che fin dalla missione in Somalia (1992-94) siano state emanate norme di protezione senza che i nostri reparti lo sapessero, è assai inquietante. Tra i Paesi bombardati con armi all’uranio, menzionati nel titolo della prossima conferenza di Stoccolma, non figura la Somalia. Forse perché gli Usa non resero ufficialmente noto agli “alleati” che lì stavano usando un’arma “invisibile”? Che questa comportava rischi non solo per i somali, ma anche per i loro alleati? E che occorreva adottare delle misure di protezione? Se ammettessero questo, forse, ammetterebbero una loro responsabilità in un fatto chiamato risibilmente, “fuoco amico”.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







