Cameron, euroscettico timido e pragmatico

Lorenzo Biondi da Londra
cameron.jpg

GRAN BRETAGNA. Dopo che anche la Repubblica Ceca lo ha firmato nei giorni scorsi, i conservatori inglesi rinunciano al referendum sul Trattato di Lisbona. Ma il loro leader probabile vincitore delle elezioni politiche di maggio 2010 - si predispone alla battaglia su budget, diritti e finanza dei ventisette Paesi comunitari. E si prepara a chiedere che le clausole sociali dei trattati europei escludano la Gran Bretagna. Nel suo partito c’è addirittura chi è più antieuropeo di lui.

I Tories non sotterrano l’ascia di guerra, neanche dopo la rinuncia al referendum sul trattato di Lisbona. E benché David Cameron - leader dei conservatori britannici e probabile futuro premier - volesse smorzare i toni nel confronto tra il suo partito e l’Europa, il suo discorso di mercoledì scorso ha alzato un polverone. Alcuni conservatori lo accolgono come un gesto di responsabilità, ma qualcuno si dimette e mezza Europa protesta. Anche se poi, in realtà, Cameron non ha detto proprio niente di nuovo. Il 44enne leader Tory negli ultimi mesi aveva faticato a trovare l’equilibrio tra le richieste degli euroscettici del partito e la necessità di mostrare - anche fuori dal Regno Unito - la faccia di un candidato-premier moderato e non oltranzista. Se l’era cavata con una linea politica al limite del gioco di parole: sì al referendum su Lisbona, ma solo se il trattato non sarà ancora stato ratificato nel momento in cui i Tories arriveranno al governo.
 
Peccato che in molti non avessero sentito (o avessero fatto finta di non sentire) la seconda parte della frase. In settimana, dopo che il presidente ceco Vaclav Klaus ha aggiunto la sua firma alle altre ventisei, Cameron ha ribadito: il referendum non s’ha da fare. Non c’è motivo per lui, allo stato attuale delle cose, di forzare troppo la mano sul tema europeo: la vittoria sembra certa, e nessuno vuole correre rischi inutili. Neppure Rupert Murdoch - l’“eurofobo” proprietario di Sun e Times, che poche settimane fa ha annunciato di appoggiare i conservatori. Da allora i suoi giornali hanno smesso di pressare Cameron sui rapporti con Bruxelles: ci sarà tempo per farlo dopo le elezioni di maggio. Le reazioni all’annuncio sono state istantanee. Il rampante eurodeputato Daniel Hannan - che aveva chiamato il servizio sanitario nazionale «uno spreco lungo sessanta anni» - si è dimesso dalla sua carica di portavoce Tory a Bruxelles sugli affari legali.
 
Lo ha seguito a ruota un altro collega parlamentare europeo, e i due sono solo la punta dell’iceberg del malumore interno al partito. I (pochi) conservatori eurofili, però, non possono cantare vittoria. Cameron non si è convertito all’Europa, e ha annunciato i punti chiave della politica del suo governo nei confronti dell’Unione europea: una legge che ribadisca la sovranità di Westiminster, la garanzia di un referendum su qualsiasi trattato futuro, una difesa del potere del Parlamento su criminalità e affari interni, e la richiesta di un “opt-out” dal capitolo sociale dei trattati europei. Tutto questo verrà realizzato in cinque anni di governo, senza rotture definitive con l’Unione nel primo anno. Chi lo conosce bene, definisce “Dave” un euroscettico pragmatico. La sua priorità in questo momento è arrivare a Downing street. E da lì, iniziare un massiccio piano di riforme in senso liberale - dal sistema sanitario, alla finanza, all’educazione.
 
Fonti conservatrici riferiscono che lo stato maggiore del partito ha ricevuto delle indicazioni ben precise da parte di alcuni alti funzionari di Stato: l’esclusione della Gran Bretagna dalle clausole sociali dei trattati sarà un lavoro lungo e faticoso, e aprirà un negoziato estenuante con l’euro-burocrazia. Per una conclusione rapida Cameron dovrebbe impegnarsi in prima persona, tralasciando altre questioni. E questo non avverrà. I rapporti d’Oltremanica Non si può escludere, anzi, che il primo anno di un eventuale governo Cameron venga speso per ricucire i rapporti con le cancellerie continentali. La Germania prima di tutto, dove Angela Merkel ancora non ha digerito l’abbandono da parte dei conservatori inglesi del “suo” Partito popolare europeo (Ppe). Il francese Nicolas Sarkozy, personalmente, è molto meno legato al Ppe. Ma anche Parigi non ha risparmiato critiche a Cameron: Pierre Lellouch, ministro per l’Europa, ha subito dichiarato che le scelte dei Tories sull’Europa - «autistiche» e «patetiche » - stanno «castrando» la po sizione internazionale della Gran Bretagna. Al coro di critiche si sono poi aggiunti Paesi Bassi, Polonia, Spagna e Irlanda. Così «paralizza l’Europa», accusa per esempio l’olandese Timmermans.
 
Riallacciare le relazioni con i partner d’Oltremanica non è solo una questione di status. Il leader conservatore ha bisogno di alleati in vista della battaglia principale sullo scacchiere europeo. Dal 2011 si discuterà il prossimo bilancio settennale dell’Unione. Al momento il Regno Unito gode di una clausola di “rimborso”, negoziata da Margaret Thatcher a metà anni Ottanta. Venticinque anni dopo, nessuno ha più voglia di «rimborsare» le casse di Sua Maestà. La Germania, che paga la quota maggiore delle bollette europee, esige uno sforzo anche da Londra. La Francia non accetterà nessun taglio di bilancio, per non perdere i massicci sussidi che il settore agricolo transalpino riceve da Bruxelles. Le economie dell’Europa orientale, fiaccate dalla crisi, faranno di tutto per garantire che i fondi di coesione comunitari non smettano di viaggiare da Ovest a Est. Durante il negoziato sul budget Cameron potrà giocare così il ruolo di difensore dell’«interesse nazionale» britannico, tenendo a bada i suoi colleghi di partito più euroscettici.
 
Ad esempio l’energico sindaco di Londra, Boris Johnson, ex compagno di scuola di David nel prestigioso collegio di Eton. Il primo cittadino della capitale, che secondo molti aspira alla leadership conservatrice, infiammò il Congresso dei Tories chiedendo di tenere il referendum su Lisbona in ogni caso. Ed è ipercritico delle regole europee sui mercati finanziari, che - a suo dire - tagliano le gambe ai banchieri della City. Anche in questo settore Cameron potrebbe dare filo da torcere all’Unione europea, guadagnandosi allo stesso tempo la lealtà dell’ala destra del partito. Cameron è un pragmatico e probabilmente capisce che, per difendere l’interesse nazionale del suo Paese, l’Europa è un alleato necessario. In una buona parte del suo partito l’approccio è ben diverso. Il ruolo britannico nei prossimi anni si gioca tutto in questo equilibrio tra concretezza e ideologia.

La prima pagina del giornale
2412_TERRA_001.jpg

Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
Ultime discussioni
OpinioneAppello per la Pace e i diritti nella Regione Kurda
da alessiodiflorio
 - 07/02/2012 - 22:09
Opinionela neve, il gas, la pace
da pietro ancona
 - 07/02/2012 - 18:53
Opinionel'anima nera dell'Europa
da pietro ancona
 - 06/02/2012 - 21:56
OpinioneIl Dio dei gatti
da robertod1961
 - 29/01/2012 - 16:05
OpinioneIl corporativismo al tempo di Monti
da pietro ancona
 - 24/01/2012 - 15:31