Così speculazioni e indifferenza avvelenano anche la Basilicata

Vincenzo Mulè

IL CASO. Dal 1995 le imprese autocertificano produzione e smaltimento di rifiuti pericolosi. Ma, secondo la denuncia degli ambientalisti, sarebbero “sparite” migliaia di tonnellate di materiale tossico. Interrogazione di Zamparutti dei Radicali.

Un calcolo semplice, quasi banale. Dietro al quale si potrebbe nascondere l’ennesimo disastro ambientale nel Sud d’Italia. Dal 1995 le imprese autocertificano la produzione e lo smaltimento di rifiuti, pericolosi e non, attraverso il Mud, il Modello Unico di Dichiarazione ambientale. In Basilicata, precisamente nell’entroterra del materano, esiste un’area ritenuta a forte rischio ambientale per passate attività industriale. È la Val Basento, un passato legato all’industria liquichimica. Un presente avvolto dai dubbi di una bonifica mai ultimata. Dal 2003, in questa zona sono state smaltite circa 351mila tonnellate annue di rifiuti di ogni genere. Era qui che finivano gli scarti degli stabilimenti meccanici e petrolchimici italiani: Priolo, Gela, Taranto, Porto Torres, Macerata, Casoria, Modena e San Donato Milanese. Il Mud, si diceva. Uno strumento di casa in quest’area.
 
Da dove risulterebbero spariti nel nulla dieci tonnellate di ri fiuti pericolosi. Secondo quanto denunciato da Pietro Dommarco, presidente dell’Ola (organizzazione lucana ambientalista), «i casi che destano maggiore preoccupazione, sono quelli della società Semataf, del Gruppo Castellano: nei documenti ufficiali si parla di 218 tonnellate di scarti pericolosi ( fanghi e rifiuti di perforazione) ricevuti dall’Eni di Potenza e Foggia, mentre alla voce “destinazione” si citano 228 tonnellate spedite alla sede Semataf di Guardia Perticara». Ma questo non sarebbe, secondo Dommarco, un caso isolato: «Dall’Eni di Potenza sarebbero partite 1.262 tonnellate di fanghi di perforazione contenenti cloruri. Secondo la documentazione ufficiale, ne sarebbero arrivati 1.101, con un disavanzo di 161 tonnellate».
 
E ancora: la società Tecnoparco nel 2006 dichiara di aver ricevuto 43mila tonnellate di soluzioni acquose di scarto dalla Semataf che, invece, dichiara di averne spedite a Tecnoparco circa 1.100. «In dieci anni – conclude Dommarco - il flusso di rifiuti stimato è pari a 3,5 milioni di tonnellate, con l’incremento di smaltimenti e discariche illegali». Non solo, ma il futuro della Val Basento, che è sito di bonifica di interesse nazionale - senza soldi, visto che il ministero per l’Ambiente ha cancellato i fondi per attuarla - è ancora più cupo. All’orizzonte, infatti, ci sarebbe la realizzazione di due grosse centrali a gas a Salandra (400 mw) e Pisticci (800 mw) ai quali si somma il progetto Geogastock, ossia il megastoccaggio di un miliardo di metri cubi di gas russo da “stipare” nei pozzi esauriti di metano tra Salandra e Ferrandina.
 
Un progetto legato all’oleodotto “South Stream”, tra la Russia e l’Europa, via Mar Nero e che impatterà, secondo quanto denunciato da Elisabetta Zamparutti, deputata radicale eletta nella lista del Pd e componente della Commissione Ambiente, che sulla questione ha presentato un’interrogazione parlamentare, con l’attività agricola. In quest’area, dai primi anni del 2000, è attivo lo stabilimento Mythen/Ecoil, che, nella zona di Pisticci e di Ferrandina, svolge attività finalizzata al recupero di olii esausti e di prodotti chimici.
 
Questo, nonostante le attività si presentassero (e si presentino) particolarmente inquinanti e che in Basilicata esista una normativa che vieta l’importazione e il transito di materiale, come scorie o altri tipi di rifiuti anche della filiera chimica. Lo stabilimento, inoltre, risulta collocato in uno scalo ferroviario con una tratta che, partendo dal porto di Taranto, può consentire di far arrivare migliaia di tonnellate di rifiuti liquidi provenienti da tutta Europa presso l’impianto, privo di rete fognante e inserito dal ministero dell’Ambiente tra gli stabilimenti suscettibili di causare incidenti rilevanti.

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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