Da Parco a carcere duro. Riapre l’isola del diavolo

Dina Galano

SICUREZZA. Il ministro Alfano prosegue nel suo piano per l’emergenza detentiva. Tocca a Pianosa e, forse, all’Asinara. Saranno recuperati per i 41bis. Ecco la «politica del pendolo».

 
Ambientalisti sul piede di guerra. Maggioranza spaccata. Regioni e sindaci mobilitati. E operatori del settore penitenziario lasciati basiti. Tutte le categorie coinvolte a vario titolo nella misura emergenziale per l’edilizia carceraria presentata dal ministro Alfano hanno mostrato molto più di una perplessità. Pianosa non si tocca, è il coro unanime. Perfino il ministro Prestigiacomo si è scomodato per la difesa dell’isola, «un gioiello della natura» e Parco naturale protetto. Recuperare una struttura che dovrebbe accogliere detenuti in regime di 41bis, infatti, significa necessariamente procedere alla dismissione dell’ente Parco.
 
Eppure, ben oltre le comprensibili preoccupazioni per la salvaguardia ambientale, un moto di aberrazione unisce chi ricorda la storia di quel penitenziario, delle motivazioni che hanno portato alla sua chiusura. Era chiamata “l’isola del diavolo” perché abusi e detenzioni al limite del diritto erano conclamati. «Fu chiuso dieci anni fa», ha ricordato Patrizio Gonnella dell’Associazione Antigone, «perché troppo costoso da mantenere e per alcuni casi di maltrattamenti accaduti per i quali la Corte europea aveva condannato l’Italia». «Allora si trattò di una conquista di civiltà », ha aggiunto Franco Corleone, garante dei detenuti a Firenze, «ci si rese conto che le condizioni di isolamento e detenzione erano contrari ai principi basilari di uno Stato democratico».
 
Questo ritorno a un passato poco glorioso, per il garante, interpreta al meglio la cosiddetta «politica del pendolo». «Con l’effetto ulteriore - spiega - di generare confusione nelle persone che, in buona fede, possono considerare queste scelte come risolutorie del problema carcere. Che invece c’è e rimane ». E le testimonianze giungono non solo dalle drammatiche storie di pestaggi e ricorrenti suicidi. La stessa quotidianità silenziosa è diventata insostenibile. Il numero dei detenuti ha soverchiato ogni soglia di tolleranza, ed «è illusorio credere che, con lo spostamento a Pianosa di 250-300 detenuti speciali, si offra una risposta al problema», ha commentato Corleone.
 
Poi, la realizzabilità del progetto si scontra con le estreme difficoltà pratiche del recupero che, a dire del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria che ha ricevuto il mandato di Alfano, richiederà mesi di lavoro. Il regime di 41bis, inoltre, necessita di accorgimenti logistici assai più complessi di quelli di un carcere ordinario. Dal 1997, quando l’ultimo detenuto speciale lasciò la galera, gli unici a tornare sull’isola protetta sono stati i reclusi in semilibertà del carcere di Porto Azzurro dell’Isola d’Elba. Anche questo progetto di reinserimento attraverso il lavoro sociale rischia di essere spazzato via dal progetto ministeriale. «Pianosa oggi realizza il doppio obiettivo di sviluppo del parco e di recupero dei detenuti. Una pratica virtuosa che dovrebbe essere sostenuta», ha commentato Corleone. Intanto, anche dalla Sardegna arrivano espressioni di sdegno. Perché l’Asinara, su suggerimento del ministro Maroni, potrebbe subire simile sorte.

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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