Dagli al pentito. L’offensiva della politica contro la magistratura
GIUSTIZIA. Respingere la richiesta d’arresto del sottosegretario all’Economia ha un valore che supera quello degli schieramenti. Significa bloccare sul nascere tutte le inchieste che vedono coinvolti Berlusconi e Dell’Utri. Ma non solo.
Processo breve, stop alle intercettazioni e ritorno dell’immunità parlamentare. E poi: modifica del reato di concorso esterno in associazione mafiosa e del decreto sui beni confiscati alla criminalità, che li mette all’asta invece di restituirli a un uso esclusivamente sociale. L’offensiva della politica, nel suo insieme, verso la magistratura, le norme di indagine e di conduzione dei processi, per non parlare di alcuni aspetti della normativa antimafia che riguardano il mondo dei “colletti bianchi”, è evidente, come è palese che in questo momento vi sia un fiorire di inchieste e processi di enorme interesse politico, che spesso riguardano direttamente la politica nel suo insieme.
Non solo Silvio Berlusconi e i suoi personalissimi guai con il processo Mills, quello sui fondi neri Mediaset ed eventualmente con la riapertura di qualche inchiesta che lo coinvolga nella relazioni pericolose con la borghesia mafiosa. Le inchieste che colpiscono la politica sono più di una. E il simbolo di questo conflitto, arrivato alla resa dei conti, è il respingimento della richiesta di arresto presentata dai giudici napoletani nei confronti del sottosegretario Nicola Cosentino. Con una motivazione da parte del Pdl che lascia assolutamente sbalorditi: «Non possiamo mettere il governo nelle mani dei pentiti. Se non reagiamo adesso, rischiamo di essere travolti in futuro: il caso Cosentino può essere l’anticipazione del caso Spatuzza », ha dichiarato Gaetano Quagliariello, vicecapogruppo del Pdl al Senato.
Che c’entra Cosentino con il pentito Gaspare Spatuzza? C’entra, se si ipotizza che si sono volute colpire le dichiarazioni di ben sei pentiti che accusavano il sottosegretario per depotenziare l’effetto deflagrante, per Marcello Dell’Utri e anche direttamente per Silvio Berlusconi, delle dichiarazioni di Spatuzza. Il dichiarante, dopo essersi autoaccusato di essere uno dei protagonisti della stagione delle stragi di mafia del 1992-93, ha iniziato a parlare anche dei rapporti intrattenuti dal suo capo, Giuseppe Graviano, attraverso Vittorio Mangano (stalliere ad Arcore e capo mafia a Palermo), con la politica, e in particolare con l’allora nascente movimento fondato da Marcello Dell’Utri e da «quello di canale 5». Secondo quanto raccontato da Spatuzza, sarebbero stati loro i terminali della trattativa condotta, come sembra, anche dal boss di Brancaccio Giuseppe Graviano. Dichiarazioni, quelle di Spatuzza, che inizierebbero lentamente e parzialmente a trovare riscontri in altre testimonianze. Quelle di un altro pentito a Caltanissetta e del fratello di Giuseppe Graviano, Filippo, ascoltato durante un confronto con Spatuzza, organizzato dalla Procura di Firenze nell’ambito delle inchieste delle stragi di Milano, Roma e Firenze del ’93.
Spatuzza testimonierà in aula il 4 dicembre nell’ambito del processo per associazione esterna al senatore Pdl Marcello Dell’Utri, ma intanto parla anche con la Procura di Palermo sulla trattativa fra Stato e mafia, con Firenze, appunto, sui fatti del ’93 e a Caltanissetta per la strage di via D’Amelio. Quindi oltre ai tempi della prescrizione, oltre alla stretta sulle intercettazioni, bisogna anche depotenziare il pericolo rappresentato dai pentiti, che siano di mafia o di camorra non importa. E non solo. Anche il senatore dell’Udc Totò Cuffaro è nei guai. La Procura di Palermo, infatti, ha chiesto il rinvio a giudizio dell’ex presidente della Regione Sicilia, per concorso in associazione mafiosa. Secondo il procuratore capo Francesco Messineo e il sostituto Nino Di Matteo, ci sarebbero, infatti, elementi nuovi rispetto al processo “Talpe alla Dda”. E anche qui avrebbero pesato le parole di nuovi collaboratori di giustizia.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.






