A digiuno dagli impegni
«La fame è la più terribile arma di distruzione di massa sul pianeta, le sue vittime muoiono prima di compiere il primo compleanno». Con queste parole, il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva ha concluso il suo intervento ieri al summit della Fao sulla Sicurezza alimentare, a Roma fino a mercoledì prossimo. «Per me la fame è qualcosa che va al di là di una semplice percezione intellettuale - ha continuato il presidente -. Nella mia vita è stata un’esperienza diretta, faccio parte di quei milioni di brasiliani fuggiti a questo flagello». Da 7 anni Lula ha ridotto drasticamente il numero dei denutriti (oltre 20 milioni di persone in meno) nel suo enorme Stato, con programmi che vanno dalla famosa “Borsa familia” (aiuti per il raggiungimento dell’autosufficienza per i nuclei familiari) ai prestiti basati sul microcredito per le piccole aziende agricole. Un modello per garantire la sicurezza alimentare nel mondo quindi esiste e per gli esperti si potrebbe attuare senza grandi ostacoli.
Ma i tempi non sono ancora maturi, il documento d’intesa firmato ieri alla Fao non prevede nulla di concreto: nessun impegno in termini economici né temporali è emerso dai lavori. Aveva chiesto 44 miliardi di dollari all’anno fino al 2015 per garantire la sicurezza alimentare nel globo e come pronta risposta dai leader del mondo ha avuto una gran quantità di promesse. Il presidente della Fao Jacques Diouf ha fallito la sua missione. A nulla è valso lo sciopero della fame a cui si è unito il segretario delle Nazioni unite Ban Ki-moon, che ha aperto ieri il suo intervento proprio sulla difficoltà del digiuno. Con un sincero invito a guardare avanti, il segretario Onu ha fatto numerosi riferimenti alla conferenza sul clima di Copenaghen, ormai affossata dalla scelta di Usa e Cina, decisi a sottrarsi alla firma di un trattato vincolante sulla riduzione delle emissioni di CO2. «La sicurezza alimentare non può prescindere da quella climatica», ha ammonito il segretario le cui parole hanno trovato piena condivisione da parte del presidente dei Verdi Angelo Bonelli, che ha affermato: «In futuro, oltre 100 milioni di ecoprofughi fuggiranno dai propri territori e non ci saranno più terre da coltivare a causa della desertificazione».
La consapevolezza del legame tra fame nel mondo e cambiamenti climatici è forte in tutti i capi di Stato e di governo che si sono espressi ieri: dal presidente libico a quello del Mali passando per l’egiziano Mubarak, senza dimenticare papa Benedetto XVI che ha parlato di rispetto dell’ecologia umana come premessa per il rispetto della natura. Ma la realtà terrena è ben lontana dagli auspici del santo padre: il presidente dell’Associazione Ong italiane Sergio Marelli ha commentato con una dura dichiarazione il documento Fao: «Il prezzo pagato per ottenere il voto favorevole di Usa, Canada, Australia e degli altri Paesi del G8 è troppo alto - ha affermato -. Aver tolto il riferimento temporale del 2025 per l’eliminazione totale della fame nel mondo, aver cancellato la necessità di stanziare 44 miliardi di dollari all’anno per il sostegno all’agricoltura fanno di questa dichiarazione un documento privo di ogni strumento per rendere efficace la lotta a questa piaga ».
Grave anche la mancanza di chiarezza su chi gestirà in futuro i soldi dei fondi destinati agli aiuti, un ping pong percoloso che si sta giocando tra istituzioni internazionali e Banca mondiale. «Le politiche agricolo-alimentari e la gestione delle risorse per la loro implementazione - spiega Marelli - non possono che essere competenza delle agenzie specializzate dell’Onu (Fao, Pam, Ifad, ndr) e non vanno consegnate alla Banca mondiale come vorrebbero i G8». Le cui volontà sono state espresse da delegati, vista l’assenza dei governanti delle grandi potenze, escluso Silvio Berlusconi, costretto dalle circostanze a fare gli onori di casa.







