Gli oscuri legami tra il potere centrale e i signori della guerra
FILIPPINE. Alcuni testimoni accusano Andal Ampatuan Junior di essere il responsabile della strage costata la vita a 46 persone. Il suo è un clan tra i più potenti del Paese, entrato in politica parallelamente all’ascesa del presidente Gloria Arroyo.
Stato di emergenza a tempo indeterminato, ordine d’arresto per i responsabili della strage, checkpoint per controllare le strade e forze di sicurezza che battono a tappeto l’intero territorio della provincia di Maguindanao. Più una promessa. Ha reagito così la presidente Gloria Macapagal Arroyo al massacro che ha sconvolto le Filippine: non solo con disposizioni istituzionali per assicurare i responsabili alle forze dell’ordine, ma anche con il solenne impegno, davanti all’intero Paese, affinché non siano «risparmiati gli sforzi per fare giustizia ». Eppure nonostante la parola data dal capo di Stato, l’intero arcipelago si interroga in queste ore sui legami tra la Arroyo e la famiglia degli Amapatuan, i locali signori della guerra che potrebbero aver ordinato la strage costata la vita a 46 persone.
Le vittime sarebbero state bloccate mentre si dirigevano a depositare i documenti per la candidatura del vicesindaco di Buluan, Ismael “Toto” Mangudadatu, a governatore della provincia. E secondo alcuni testimoni, a capo del commando del centinaio di uomini armati che ha fermato il convoglio vi sarebbe stato Andal Ampatuan Junior, il sindaco di Shariff Aguak e primogenito del capo-clan e patriarca Andal Ampatuan Senior, governatore dal 2001. Volendo succedere al padre e non tollerando lo sgarbo del candidato alternativo presentato dai Mangudadatu, Andal Junior avrebbe compiuto un massacro tra i suoi sostenitori.
Il collegamento tra la dinastia degli Arroyo e il clan degli Amputuan è più che clientelare. Il warlord ha raggiunto l’apice del suo potere parallelamente all’ascesa della presidente, grazie al ruolo fondamentale giocato nella sua rielezione nel 2004. In quel caso la Arroyo raccolse quasi 194mila voti a Maguindanao, mentre il suo rivale, Fernando Poe Junior, si fermò a 60mila. Una vittoria che, secondo Newsbreak, il più celebre settimanale dell’arcipelago, il capo di Stato avrebbe contraccambiato garantendo a Zaldy Ampatuan, figlio del capoclan, il titolo di governatore della provincia autonoma musulmana di Mindanao.
Grazie a un decreto, la presidente avrebbe inoltre offerto all’esercito privato degli Ampatuan la possibilità di andare in giro armato. Un intreccio di interessi e uno scambio di reciproci favori proseguito anche durante le elezioni del 2007, quando la famiglia degli Ampatuan avrebbe riaffermato il suo sostegno alla Arroyo assicurando che la coalizione da lei guidata si aggiudicasse i dodici seggi disponibili a Maguindanao, mentre l’opposizione rimase a mani vuote. Un controllo assoluto del territo rio, ottenuto con la violenza, le minacce e le intimidazioni. Negli ultimi anni il clan degli Ampatuan è stato accusato da più parti di aver eliminato diversi avversari e oppositori. Malgrado ciò, nessuno dei membri anziani della famiglia è mai stato condannato. Per questo oggi sono in molti a chiedersi se la promessa dell’Arroyo avrà mai un seguito.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







