Il caro armato, l’indagine sui costi della macchina militare
ANTEPRIMA. Nel libro edito da Altraeconomia un’attenta ricognizione svela spese, sprechi e affari delle forze armate. Le risorse non stanno diminuendo: nel 2010 saranno oltre 23.500 i milioni di euro che peseranno sui conti pubblici.
L’obiettivo di Caro armato è analizzare a tutto campo la situazione delle spese militari e della struttura delle nostre forze armate, con tutte le debolezze che le contraddistinguono. Per prima cosa non è corretto dire che l’importo delle spese stia diminuendo, se lo si analizza con la giusta prospettiva. Perché se è vera la flessione di finanziamento nel bilancio della Difesa, andando ad aggiungere anche i fondi per le missioni all’estero e gli investimenti dei dicasteri di sviluppo economico a favore dell’industria militare (in particolare aeronautica) si raggiungono, anche per il 2010, 23,5 miliardi complessivi. Una previsione che ci porta in linea con i dati degli scorsi anni e che comunque non è marginale in tempi di crisi. Il risultato è doppiamente negativo, perché da un lato le risorse messe a disposizione del comparto (a scapito di altri) sono comunque rilevanti e dall’altro i tagli al funzionamento base portano difficoltà operative e di gestione alle nostre forze armate che spesso non hanno i fondi per funzionare.
Ciò succede anche per la loro dimensione assolutamente fuori scala, visti le necessità e il modello adottato. Oggi abbiamo di stanza oltre 190mila uomini e donne, nonostante da alcuni anni si sia passati a un esercito dal modello professionale. Lo squilibrio è ancora più evidente analizzando i ruoli gerarchici: oltre 98mila sono ufficiali e sottufficiali a fronte di una truppa di 90mila uomini! Quindi più comandanti che comandati. E ciò non garantisce nemmeno una funzionalità operativa in quelli che sono ora i teatri di azione reali: per la missioni all’estero la capacità di dispiegamento è di circa 10mila soldati al massimo. Una percentuale molto bassa sul totale degli effettivi. Un’ulteriore fonte di preoccupazione riguarda le procedure che regolano l’acquisto degli armamenti e dei grandi sistemi d’arma.
La legge non funziona perché il Parlamento interviene solo nella fase preventiva del processo, senza avere poi tutti gli strumenti tecnici per eseguire una reale valutazione strategica, economica e di mercato. Una volta, poi, che è partito il progetto non resta che mettere mano al portafogli e continuare a pagare ingenti cifre, spesso per anni e anni. Siamo nel cuore della questione. Qui si scopre che dei progetti di alta rilevanza, sia per le casse statali che per il concetto stesso della nostra struttura militare - di volta in volta ritenuto di difesa o di proiezione offensiva o di intervento rapido in teatri di crisi - vengono decisi e discussi solo in origine, senza controllo continuativo da parte delle strutture democratiche che fanno capo al Parlamento. Con un parallelismo facilmente comprensibile, è come se si comprasse una casa sulla carta, quando è ancora a livello di progetto, senza poi avere la facoltà (o l’intenzione, a essere maligni fino in fondo) di controllare l’avanzamento dei lavori, i tempi, i costi e le scelte relative agli impianti e ai materiali. Praticamente la casa di qualcun altro, in particolare del costruttore.
Lo stesso si può dire per il meccanismo di scelta dei grandi sistemi d’arma delle nostre Forze armate: da subito vengono tolti dagli occhi del dibattito parlamentare e pubblico, diventando giocattoli nelle mani dei decisori della Difesa e ovviamente delle aziende militari produttrici. Il tutto grazie a un percorso di scelta che vorrebbe far prevalere in principio dei criteri tecnici che ben poco, però, contano nell’evoluzione di tali progetti. Procedure del genere portano alle storture avvenute in questi anni: fregate militari prodotte congiuntamente con la Francia che a noi costano più dei francesi, il progetto del caccia Eurofighter che (partito nel 1986) sta ancora drenando risorse per miliardi di euro, il corrispondente sviluppo del caccia F-35 dai costi miliardari (oltre 14 miliardi complessivi) e, soprattutto, che si sovrappone all’altro progetto Europeo. Una bella serie di errori e situazioni poco favorevoli su cui, però, il nostro Parlamento non può avere voce in capitolo. è ora che l’opinione pubblica superi tutte le mitologie che da sempre sono presenti sui temi della difesa e si metta a esercitare un controllo vero su conti ed efficacia di questo comparto.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







