Il dolore del mondo offeso
Qualche ora per arrivare a Messina, l’attesa per l’imbarco, la traversata dello Stretto. Calabria, Basilicata, Campania, Lazio. Oltre mille chilometri in sella ai loro trattori, scortati dalla polizia. Per raggiungere, dice Salvatore, il «Nord Italia», Roma. Lavorano la terra da generazioni e se chiedi loro perché hanno fatto questo viaggio, la risposta è sempre la stessa: «Siamo agricoltori e vogliamo continuare a esserlo». Li vedi lì, al presidio, nell’Agro romano, qualche chilometro dopo il raccordo anulare, tra i pascoli e i campi, dove la Capitale si libera del cemento. Qualcuno è partito dalla Puglia, qualcun altro dal Molise.
«Mi hanno appena chiamato: domani arrivano altri 30 trattori dall’Abruzzo, dobbiamo avvisare la questura», dice uno di loro. Non fa neanche in tempo a chiudere la conversazione, che il cellulare torna a squillare. Forse ci raggiungeranno altri 20, dalle Marche. Da Nord a Sud, è da due mesi che il comparto agricolo è in stato d’agitazione e, dopo blocchi stradali, sit in e cortei cittadini, i contadini hanno deciso di scendere in piazza a Roma il 4 dicembre per una manifestazione nazionale.
Vogliono che il governo riconosca lo stato di crisi del settore, salvando le attività agricole in difficoltà. «Le campagne italiane non sono più dei contadini, sono delle banche. L’80 per cento delle aziende italiane è fortemente indebitato, tante sono già all’asta, e ogni giorno ne chiude una. La prima cosa che chiediamo all’esecutivo è una moratoria per tutti i procedimenti in danno». A parlare è Tano Malannino, presidente di Altragricoltura, “movimento - rete - sindacato”, come amano definirsi. Tra le terre di Vittoria, nel ragusano, Tano produce uva da tavola.
«La vendo a 30 centesimi al chilo, al banco arriva però a costare fino a 4 euro». La forbice tra i prezzi al campo e i costi di produzione si è allargata enormemente, perché il prezzo dei prodotti che acquistiamo nei supermercati continua ad aumentare. Filiera lunga o corta poco importa, è la grande distribuzione che decide il prezzo. A tavola, per il pranzo, ci sono i loro prodotti, che offrono con orgoglio. La carne dei vitelli che Michele alleva allo stato brado ad Avezzano, il vino prodotto nelle terre laziali, la pasta di grano duro delle spighe molisane e le patate che Nazzareno coltiva sull’altopiano del Fucino. «Produco anche carote e ho un allevamento di mucche». Ha 27 anni Nazzareno, ed è fiero di aver ereditato la terra dai suoi genitori, ma è anche spaventato perché, sospira, «alla fine dell’anno, quando tiri le somme, è straziante».
È il più giovane del gruppo. All’inizio non era convinto di unirsi a questa protesta, ma gli è bastato arrivare al centro commerciale dell’Eur Roma 2 per rendersi conto di aver fatto la scelta giusta. «Ho riconosciuto le mie patate. Le stesse che io ho venduto a 8 centesimi al chilo, loro le vendono a 2,40 euro. E pensare che quest’anno non sono riuscito neanche a coprire i costi di produzione». Che il neoliberismo e la globalizzazione abbiano cambiato i rapporti di forza all’interno della società, non è di certo uno scoop. Ma che un contadino di sessant’anni che coltiva la terra da quando è nato ti venga a parlare con tanta rabbia di diritto alla sovranità alimentare, inveendo contro il Fondo monetario internazionale, forse non è poi così scontato.
«Mi chiamo Cosimo Stiliano, arrivo da Policoro, un paese vicino a Matera. Vengo dalle nobili radici di mio padre, agricoltore, e voglio trasmettere questa tradizione ai miei figli. È per questo che dal profondo Sud sono venuto al Nord. Un tempo nelle mie terre coltivavo tantissimi prodotti, ora mi rimangono solo pesche, arance e albicocche». Il tono si fa sempre più alto, la voce comincia a tremare, Cosimo abbassa lo sguardo e piange. «La grande distribuzione ha alterato in maniera vergognosa il nostro lavoro - singhiozza -. Non riusciamo a coprire neanche i costi di produzione, siamo costretti a vendere al ribasso. Così non possiamo più vivere. Vogliamo indietro la dignità, la nostra dignità e il diritto di dare un futuro ai nostri figli». I suoi compagni applaudono, mentre Pino gli allunga un bicchiere d’acqua e Giovanni gli dà una pacca sulla spalla. Ma nonostante la commozione del momento, la loro verità te la vogliono dire tutta. Anche a costo di esporsi a scomodi giudizi.
«Ci tengo a dire una cosa». Giuseppe, agricoltore di San Cataldo, ci fissa dritto negli occhi. «Se un lavoratore raccoglie 20 chili di ciliegie al giorno e riceve da me produttore, che da quel quantitativo ricavo 40 euro al netto, 35 euro di salario, significa che per pagarlo mi sono venduto perfino il sangue». Sposta lo sguardo e aggiunge: «Io vedo in televisione tante trasmissioni in cui si parla sempre delle stesse cose, dei lavoratori e di chi li paga poco. Ma perché nessuno viene a chiedermi come mai mi sto comportando in questo modo?». Ognuno ha le sue ragioni. E mentre le ascoltiamo una per una, capiamo che la crisi che colpisce le campagne è solo in parte riconducibile alla depressione economica generale che attraversa il Paese.
«L’Italia ha scelto la strada della liberalizzazione e della privatizzazione, anche in agricoltura. Investire, diventare imprenditori. È questo che hanno detto di fare ai nostri agricoltori. Che si sono indebitati, mettendo a rischio i patrimoni di famiglia - spiega Gianni Fabbris, coordinatore nazionale di Altragricoltura -. Oggi questi uomini piangono perché sentono di aver fallito. Ma non è colpa loro. È un dramma sociale, difficile da capire e da raccontare». E aggiunge: « Il made in Italy è diventato una favola. Per esempio, il grano impiegato da alcuni marchi nazionali per fare la pasta non è italiano. La Ue spende oltre la metà dei suoi fondi in agricoltura, ma di questa somma solo il 20 per cento va ai produttori: sono soprattutto le lobby che accedono ai finanziamenti».
Ma c’è un altro macigno che pesa sulle spalle dei produttori, che è diventato uno dei punti salienti della loro rivendicazione: i contributi previdenziali. «Il governo deve risolvere questo contenzioso, modificando le norme relative alle pensioni del lavoro agricolo », dice il Fabbris. «Siamo diventati quelli che vanno a elemosinare col cappello in mano. Siamo stanchi. Vogliamo rimetterci il cappello in testa com’era una volta». A parlare è Enzo de Vincenzis, vicesindaco di Montalbano Ionico, in provincia di Matera. «Sono del Pdl ma non posso accettare un governo che è condizionato dalle associazioni di categoria, compli ci del sistema politico. Sono loro il muro di gomma tra gli agricoltori e i vertici».
Giuseppe viene da Resuttano, in provincia di Caltanissetta. Da qualche giorno se ne va in giro per le strade di Roma con un cartello appeso al collo. La foto di Silvio Berlusconi con un’aureola in testa e una scritta che recita: “Cavaliere che sei nei cieli aiuta il Sud che il Sud ti ha già aiutato”. Quest’anno la grandine ha distrutto i suoi olivi e i suoi cereali. Allora Giuseppe ha cominciato a mandare una miriade di telegrammi alla Regione. Gli hanno risposto. Gli hanno detto che se vuole recuperare qualche soldo deve stipulare un’assicurazione. È minuto, fa venire in mente l’arrotino di Conversazione in Sicilia di Elio Vittorini che denuncia il dolore del mondo offeso.







