Il silenzio oltre lo smog
VIOLAZIONI. Il ministero di Stefania Prestigiacomo non attua i regolamenti che si aspetta Bruxelles. E le aziende che non informano l’Europa sulle ricadute ambientali delle loro attività industriali non possono nemmeno essere multate.
L’Europa promuove un nuovo portale per mappare l’inquinamento, ma l’Italia non implementa la normativa europea adeguatamente e mette a rischio la credibilità dei nostri dati. La Commissione europea e l’Agenzia europea dell’ambiente hanno, infatti, appena inaugurato l’E-Prtr. Si tratta del nuovo registro pubblico elettronico integrato delle emissioni e dei trasferimenti di sostanze inquinanti, che permetterebbe di far sapere ai cittadini con che cosa, dove, come e quando si inquina. Con l’E-Prtr, la Ue ha, infatti, messo online tutti i dati registrati con i Prtr nazionali.
Questi sono dei registri realizzati a partire dalle dichiarazioni ambientali che le aziende inquinanti devono fornire alle autorità di monitoraggio, come le agenzie ambientali. La bontà di queste dichiarazioni dipende, ovviamente, dal fatto che lo Stato abbia un adeguato potere di controllo e di sanzione; ma a quanto pare, per un perverso gioco di rimandi a leggi e leggine, in assenza di un puntuale regolamento del ministero dell’Ambiente, non esiste un sistema sanzionatorio nel caso i dati forniti dalle aziende siano omissivi o incompleti. è con il regolamento Ue 166/2006, infatti, che l’Unione ha istituito i Prtr che andavano a sostituire altri registri e dichiarazioni, come l’Eper. In quella sede, la Ue si limitava a stabilire che il regime sanzionatorio sarebbe stato istituito dallo Stato membro a un anno dall’entrata in vigore della direttiva stessa, secondo dei principi di proporzionalità.
Tecnicamente, la 166 funzionava come una legge cornice che richiamava i governi a emanare regolamenti esecutivi. In realtà, finora il governo non ha prodotto alcuna normativa di dettaglio, limitandosi a rimandare alla normativa precedente, per la quale le aziende dovevano redigere la dichiarazione Ines, istituita, fra l’altro, con la direttiva Ue 61 del 1996. Non si tratta, quindi, della normativa più recente. Il ministero dell’Ambiente, infatti, si è limitato a pubblicare - nel gennaio 2008 - un documento tecnico che servirà, si legge sul sito, «come base tecnica per la normativa nazionale che il ministero vuole emanare per costruire un quadro di riferimento all’attuazione del Regolamento (Ce) n.166/06». Nell’introduzione di questo rapporto, si legge che, a stretto giro, sarebbero stati promulgati un Dpr per l’attuazione del regolamento 166 e un decreto legislativo per stabilire le sanzioni in caso di violazione. Al momento, nulla si sa di questi decreti. E ci si chiede perché stabilire separatamente le sanzioni dalle violazioni: in questo modo, infatti, si rischia che chi sbaglia non paga.
Per ora, almeno, ci sarebbe la dichiarazione Ines; peccato che anche per questa non siano previste sanzioni. L’Ines, infatti, è stata inglobata nel Mud, il Modello unico di dichiarazione ambientale, per semplificare il lavoro delle aziende, nel 2002. L’errata compilazione del Mud, almeno, comporterebbe delle multe; circa 15mila euro di massimale, ben poca cosa per chi si aspetta di trarre un vantaggio economico dal non ottemperare alle regole. Però, tecnicamente, non è possibile estendere le sanzioni del Mud all’Ines.
Si legge, infatti, sul sito della Camera di commercio di Milano, quanto segue: «La mancata o incompleta o inesatta compilazione della comunicazione di cui al capitolo 2 del Mud inerente le emissioni (dichiarazione Ines) non è sanzionabile. Infatti, il decreto legislativo 372/1999, che ha istituito tale obbligo, non ha disposto alcuna sanzione in merito e l’integrazione al Mud della dichiarazione Ines non consente l’estensione delle sanzioni previste dal decreto legislativo 22/1997 anche alle emissioni». Per riassumere; prima inviamo dati diversi a Bruxelles (Ines), rispetto alle altre nazioni che hanno implementato l’E-Prtr, poi, quei dati non sono neanche sanzionabili, qualora fossero sbagliati. Infine, il ministero avrebbe dovuto produrre un’apposita normativa. E non l’ha fatto.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







