L’Italia frana e si allaga. Il governo cerca i fondi

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Alessandro De Pascale
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DISSESTO. A Matera si parlerà oggi di come intervenire, agire ed evitare le catastrofi a cinquant’anni dall’alluvione del 1959. Intanto l’esecutivo pensa a un Piano nazionale.

In Italia si interviene solo dopo stragi e morti. Prevenire, evitare e agire in caso di disastri idrogeologici sono le parole d’ordine del convegno “Magna acqua” che si terrà oggi a Matera. Legambiente, Protezione civile e volontari per l’ambiente ricordano così la tragica alluvione di cinquant’anni fa, novembre del 1959, quando per tre lunghi giorni sulla litoranea jonica da Marina di Gioiosa fino a Sibari, strariparono tutti i fiumi provocando 11 morti e migliaia di ettari di terreno allagati. Il metapontino è una zona a rischio idrogeologico elevato in cui dal 1928 a oggi il Cnr ha contato almeno tre alluvioni e piene devastanti: nel 1929, nel 1959 e nel 2004.
 
«L’evento pluviometrico del 1959 fu un fenomeno eccezionale - spiega Filippo Cristallo, dell’Ordine dei geologi di Matera -. Al convegno, assieme alla Protezione civile nazionale, ragioneremo su come proteggere il territorio ». Negli ultimi decenni, nel metapontino l’esposizione al rischio è ulteriormente cresciuta: suoli impermeabilizzati, cemento aumentato di pari passo con le infrastrutture e numero di abitanti decuplicato. Al convegno parteciperà il direttore di Terra, Pino Di Maula, docenti del dipartimento di Geologia dell’università di Bari, Luisa Sabato e Antonietta Cilumbriello, ma anche ingegneri, membri del Cnr, geologi, carabinieri del Nucleo ecologico, esponenti politici locali. Negli ultimi ottant’anni in Italia si sono verificate circa 5.400 alluvioni e 11mila frane. Le persone coinvolte sono state 70mila, con danni per 30mila miliardi di euro. I dati sono dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra).
 
La Basilicata, come del resto gran parte del Meridione, ha un dissesto endemico favorito da particolari fattori climatici e geologici cui si aggiunge un intenso sfruttamento agricolo dei terreni e una forte cementificazione del suolo, spesso in modo abusivo. Il 10 per cento dell’Italia è classificato a «rischio idrogeologico alto». Il governo, per bocca del sottosegretario all’Ambiente, il senatore Roberto Menia, ha promesso di intervenire in seguito a disastri come Messina e Ischia che ormai, con cadenza quasi mensile, continuano in tutta Italia. «Per scongiurare altri eventi drammatici ha spiegato il sottosegretario - è improcrastinabile un programma straordinario di prevenzione e manutenzione del territorio ».
 
Sarà realizzato un Piano nazionale sul rischio idrogeologico e una Commissione tecnica per mettere al sicuro quanto più territorio possibile. Servirebbero 44 miliardi di euro: 27 per il CentroNord; 13 per il Sud e 4 per le coste. Al momento è stato, però, trovato solo un miliardo di cui 900 milioni dai Fondi per le aree sottosviluppate. «Serve una politica che obblighi gli enti locali al governo del territorio», spiega Giovanni De Medici, docente di Geologia applicata e idrogeologia. «Il territorio è abbandonato a se stesso - continua De Medici e vittima a tutti i livelli dell’abusivismo. Ora finirà tutto in un Piano nazionale, dove il governo interviene e tutti pagano. Questa è una misura d’emergenza ma gli enti locali devono assumersi le proprie responsabilità».