La politica di Tremonti bocciata dall’impresa
CRISI. Otto imprenditori su dieci criticano le politiche anti crisi dell’esecutivo. Uno su due non assumerà nel 2010. L’Italia tiene solo grazie al risparmio privato dei cittadini.
L’84 per cento degli imprenditori boccia il governo sul fronte della lotta alla crisi: le politiche finora adottate non sono sufficientemente efficaci per il 44 per cento e per nulla efficaci per il 40. Mentre meno del 15 per cento ritiene che tali politiche siano state efficienti. Le percentuali che registrano l’insoddisfazione dell’anima produttiva del Paese sono scritte nero su bianco nell’inchiesta effettuata da Business International, la società di consulenza e formazione delle aziende, in occasione del consueto incontro con l’esecutivo. Un’indagine che ha coinvolto oltre 50mila aziende e 180mila imprenditori si è trasformata in un vero e proprio atto di accusa contro gli interventi messi in campo, soprattutto sul sistema finanziario e sulla fiscalità.
Quello che si è abbattuto ieri sul governo, il giorno dopo i trionfalistici commenti seguiti ai dati della crescita (0,6% nel 2009) pubblicati ieri dall’Ocse, potrebbe definirsi un “fuoco amico” e per questo ancora più preoccupante per Tremonti e soci. Quasi il 60 per cento degli intervistati ha dichiarato di stare peggio rispetto a un anno fa, solo l’11 per cento del campione può dire di aver registrato dei miglioramenti. Negative anche le previsioni sull’andamento della forza lavoro: per il 2010 solo il 18,7 per cento degli intervistati si aspetta infatti di aumentare il numero dei suoi occupati, mentre il 26,4 prevede di doverlo ridurre. Da non sottovalutare poi la quota di quanti contano di mantenere inalterati i livelli occupazionale che riguarda circa la metà (54,9%) delle aziende interpellate.
Perplessi, scettici, delusi da un 2009 che ha ridotto i loro affari, quello che emerge è un quadro del tessuto produttivo italiano che soffre, cercando di sopravvivere, in attesa di una ripresa degli ordinativi che comincia a profilarsi all’orizzonte (questa è la buona notizia) ma che ora chiede ancora prudenza e un maggiore impegno soprattutto sul fronte creditizio, dove i problemi sembrano essere molto più elevati. Ancora da sciogliere resta infatti il nodo tra mondo imprenditoriale e sistema bancario: il primo che preme per una maggiore flessibilità e facilità di accesso al credito, per riuscire a investire, il secondo che si mostra ancora decisamente cauto e prudente nella concessione di finanziamenti.
La maggior parte del campione (il 67,5%) ha infatti dichiarato di aver ancora difficoltà nell’ottenere prestiti dagli istituti di credito, necessari per poter investire e rilanciare la ripresa. Sotto accusa, poi, lo scarso impegno del governo nel sostegno ad investimenti nelle tecnologie dell’informazione e delle comunicazione, considerate in questo momento (dal 66,3 per cento degli intervistati) assolutamente prioritarie. E i conti del resto non fanno che confermare tale considerazione: la quota di prodotto interno lordo destinata nel 2009 dall’Italia a manovre anticicliche, nel confronto internazionale, è particolarmente bassa: dall’Italia solo lo 0,2 per cento del Pil contro l’1,4 del Regno Unito; il 2 degli Stati Uniti, il 3,1 della Cina; lo 0,7 della Francia, l’1,6 della Germania. «Il nostro Paese - è la valutazione di Business International - pur avendo un debito pubblico elevatissimo è caratterizzato da un tasso di risparmio privato tra i più alti nel mondo.
Caratteristica che, insieme a un sistema creditizio tra i più sani al mondo, fino adesso ha dato respiro all’intera economia costituendo un ammortizzatore naturale contro la crisi». Tre gli obiettivi di intervento considerati prioritari dagli imprenditori (assieme a una politica fiscale più aggressiva): riforma del sistema bancario per garantire un accesso al credito meritocratico ed efficiente; ammortizzatori sociali, per semplificare il ginepraio di leggi e leggine che, oggi, caratterizza la cassa integrazione, duramente messa alla prova da questa crisi; contratti di lavoro, per trasformare la flessibilità in una risorsa di sviluppo e non in una zavorra del sistema. Aspetta e spera.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







