Obama: «L’impegno Usa non è a tempo indeterminato»

Gloria Ravidà
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AFGHANISTAN Washington manda un monito a Karzai: «La governance deve migliorare entro un ragionevole lasso di tempo». Partito ieri per l’Asia, al suo ritorno l’inquilino della Casa Bianca dovrà decidere se aumentare o no i soldati

Che Barack Obama avesse bisogno di tempo per decidere se aumentare le truppe in Afghanistan era da mettere in conto. A pochi giorni dall’insediamento di Hamid Karazi, e innanzi a un’America sempre più contraria alla guerra, il presidente ha ovviamente necessità di riflettere sulla nuova strategia da adottare nel Paese asiatico. A maggior ragione quando un personaggio del calibro di Karl Eikenberry, ambasciatore Usa a Kabul, invia due rapporti alla Casa Bianca in cui esprime la sua «profonda preoccupazione» rispetto all’incremento di soldati, aggiungendo che per l’amministrazione Usa questa eventualità potrebbe avere un effetto boomerang: rafforzare la resistenza talebana, indebolendo il controllo di Washington sul territorio. Eikenberry è un uomo che l’Afghanistan lo conosce bene, e non per la sua attività diplomatica, ma perché la guerra l’ha fatta. Generale in pensione dall’aprile del 2009, ha comandato le truppe dal 2006 al 2007. È uno che quando parla va ascoltato. E infatti l’aut aut è arrivato. «L’impegno Usa non è a tempo indeterminato: la governance in Afghanistan deve migliorare entro un ragionevole lasso di tempo».

Così una fonte della Casa Bianca, al termine della riunione tra il presidente e il Consiglio di guerra. Dopo che l’intera comunità internazionale è venuta a conoscenza dei brogli elettorali, alla vigilia del nono anno di guerra, con il Pakistan con una bomba atomica tra le mani, Osama Bin Laden ancora latitante, Obama non può permettersi di mettere ancora a rischio la vita dei suoi soldati senza mantenere la promessa fatta all’America e al mondo: in Afghanistan dopo l’11 settembre ci si è andati per restaurare la democrazia. Nei prossimi cinque anni Karzai, la cui cerimonia d’insediamento sarà giovedì prossimo, dovrà quantomeno salvare le apparenze. Obama non può permettersi un governo corrotto alla luce del sole. E riconfermare l’invio di truppe senza una tabella di marcia in cui si delinea il passaggio di consegne agli afgani significherebbe dare ragione a chi, anche tra i democratici, crede che ormai si stia andando solo verso un’escalation militare.

Il ginepraio di posizioni in cui Oba ma deve muoversi non è semplice. Ieri l’ambasciatore afgano a Roma Musa Maroofi, nel corso di un dibattito alla Farnesina con l’inviato speciale di Frattini per l’Afghanistan e il Pakistan, Massimo Iannucci, ha detto: «Se eliminiamo i talebani, eliminiamo il 75 per cento dei problemi del Paese». Guerra aperta ai guerriglieri anche per il generale Stanley Mc-Chrystal, comandante delle forze Usa in Afghanistan, che chiede altri 40mila soldati in aggiunta agli attuali 68mila, mentre per il segretario generale della Nato Anders Fogh Rasmussen «servono più truppe per addestrare le forze di sicurezza afgane». Obama ieri è partito per l’Asia. Al suo ritorno dovrà decidere se aumentare o no i militari presenti. Nel primo caso avrà bisogno di una spiegazione convincente.

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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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