Ru486, una partita senza pubblico

Mirella Parachini (presidente Fiapac - Federazione internazionale degli operatori di aborto e contraccezione)

ABORTO. L'immissione in Italia della Ru486 continua a mostrare l'incapacità italiana di adeguarsi all’evoluzione della scienza medica quando si entra nella sfera dell’autodeterminazione delle persone.

La vicenda dell’immissione in Italia della pillola abortiva Ru486 come tecnica alternativa all’aborto chirurgico rappresenta l’ennesima rappresentazione dell’incapacità di questo Paese di fare due cose. La prima, prendersi sul serio. La seconda, adeguarsi all’evoluzione della scienza medica quando si entra nella sfera dell’autodeterminazione delle persone e in questo caso di un paziente particolarmente “incapace”: la donna che vuole interrompere una gravidanza! Perché intendiamoci: non è che in Italia sia vietato abortire. Quello per cui i politici nostrani si stanno tanto agitando è che questo avvenga solo con la modalità stabilita da loro, nella assoluta indifferenza delle indicazioni che vengono fornire dagli organi tecnici, internazionali e italiani, chiamati a intervenire. Poiché qui sta il dato caricaturale, la farsa: i tecnici vengono pure chiamati e ascoltati, salvo poi non tenere in alcun conto quello che hanno raccomandato. E la vicenda Ru486 lo dimostra. 
 
L’indagine sulla Ru486, condotta dalla commissione Igiene e sanità del Senato, ha concluso il suo iter con la richiesta al ministro della Salute di esprimere un parere sulla compatibilità dell’aborto “chimico” con la legge 194/78 sull’Interruzione volontaria di gravidanza. Ma ricapitoliamo. Dopo due anni dalla richiesta di commercializzazione della casa produttrice, per espletare gli adempimenti previsti dalla direttiva europea 2001/83, lo scorso 30 luglio l’Aifa (Agenzia italiana del farmaco) dà finalmente mandato al dg Guido Rasi per la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale dell’autorizzazione all’immissione in commercio del farmaco Mifegyne-Ru486. Nel comunicato l’Aifa dichiara di essere pervenuta a tale deliberazione «basandosi sia sull’efficacia del farmaco, sia nel rispetto dell’obiettivo della tutela della donna».
 
Ma il 2 settembre il presidente dei senatori Pdl, Maurizio Gasparri, dichiara all’Adnkronos: «L’inchiesta del settimanale Tempi (!) conferma la necessità di un’indagine conoscitiva parlamentare. Anche chi difende più di noi la legge 194 deve preoccuparsi del rispetto di questa norma anche riguardo la Ru486». Con il consenso unanime dei gruppi parlamentari al Senato, viene pertanto avviata l’indagine con il preciso mandato, chiarito espressamente nel titolo, non solo di valutare la coerenza delle procedure con la legge 194, ma pure di verificare ancora una volta i dati epidemiologici, «anche in relazione agli studi internazionali sul rapporto rischio/benefici ». Ma non era già stato fatto dall’Aifa? E prima di loro dagli esperti e i tecnici dei 21 Paesi europei dell’Emea (Agenzia europea del farmaco)? E indovinate quali, tra gli altri, sono i tecnici consultati al Senato? Il presidente e il dg dell’Aifa. E cosa dice il dg Guido Rasi ai senatori? «Quanto alle competenze, l’Agenzia ha un perimetro di azione ben preciso e assai limitato, che si esplica nella definizione del regime di dispensazione e dei limiti di somministrazione dei farmaci in base a criteri che tengono unicamente conto dei benefici e dei rischi».
 
Giustamente, come a dire: le modalità di utilizzo non sono affar nostro. Alè! Palla al centro. La Commissione la prende al balzo e dice : «Non può essere quindi solo l’organo tecnico a disciplinare la congruità normativa, bensì in primo luogo l’autorità competente, con particolare riferimento al Governo», e propone dunque «di sospendere tale procedura per chiedere e acquisire il parere del ministro competente in materia, consentendo, ove si ritenga necessario, di riavviare la procedura dall’inizio». Palla dunque al ministro Sacconi, che venerdì, dopo aver ribadito che «la delibera già adottata dall’Aifa è nulla perché serviva il parere preventivo del governo» (e perché lo dice tre mesi dopo la delibera? e in base a quale legge serve il suo parere preventivo?), ha dato il via libera al Mifegyne «ma solo in ospedale, in regime di ricovero per tutta la fase del procedimento abortivo».
 
Il tutto, contro ogni evidenza non solo scientifica ma anche pratica già collaudata nel nostro stesso Paese dove il farmaco è stato utilizzato sulla base della formula dell’importazione diretta, in applicazione della legge “Di Bella” 94/98, che consente di utilizzare per singoli pazienti farmaci non ancora registrati in Italia. Ma non è ancora finita. Fate attenzione all’ultimo paragrafo della relazione della Commissione: «Rispetto ai dubbi sui decessi a seguito di assunzione di Ru486 o delle prostaglandine associate, e di fronte alle difficoltà di disporre di dati certi, si auspica una richiesta di arbitrato che riapra la discussione di merito sul rapporto rischi/ benefici e ponga in essere una nuova istruttoria e deliberazione dell’Emea». Palla all’Emea? Di nuovo? È proprio così, non è uno scherzo.

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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