Tra guerriglia e sfruttamento. In India è altissima tensione

Bruno Picozzi
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ATTENTATI. Nello Stato di Assam continuano le insurrezioni. Dal 1947 più di 50mila persone hanno perso la vita, decine di migliaia i profughi. Colpa della forte instabilità sociale e della selvaggia aggressione delle multinazionali alle risorse naturali.

Non è un luogo tranquillo dove vivere, l’India. Stato di guerra perenne col Pakistan, dispute di confine con la Cina e una sanguinosa insurrezione maoista che coinvolge 13 dei 29 Stati della Federazione. E inoltre continue agitazioni sociali, lotte interetniche e scontri a sfondo religioso tra cristiani, musulmani e indù. Il sistema delle caste crea ingiustizia e violenza nelle campagne, le multinazionali rapinano il territorio e creano impianti illogici e pericolosi. La costruzione a Singur della fabbrica che avrebbe dovuto produrre la celebre automobile low cost Nano, in partenariato con la Fiat, fu accompagnata da una vera e propria rivolta popolare che causò morti e feriti. Quando l’industria chimica Union Carbide a Bophal soffrì una fuoriuscita di gas venefico, nel 1984, vi morirono 25mila abitanti.
 
Di fronte a così tanti guai, ovviamente non fa notizia se nello Stato di Assam, Nordest del Paese, due biciclette-bomba esplodono e uccidono 8 persone, ferendone 54. Anche se appena qualche giorno prima un attacco a un treno era terminato con diversi vagoni di carburante dati alle fiamme. L’escalation di violenza nella regione dovrebbe continuare fino al 27 novembre, data in cui l’esercito indiano iniziò operazioni coordinate in zona, nel 1991. Ma passata la ricorrenza, la situazione rimarrà comunque difficile. Qui, nel solo 2007 oltre 1.000 individui sono stati uccisi da attentati, per la metà civili. Dal 1947 più di 50mila persone hanno perso la vita e i profughi si contano a decine di migliaia. Il Nordest dell’India è formato da sette Stati, chiamati le “sette sorelle”: Arunachal Pradesh, Assam, Manipur, Meghalaya, Mizoram, Nagaland, Tripura. Un’isola di povertà estesa all’in circa quanto l’Italia, circondata da Cina, Myanmar, Bangladesh e Bhutan, e collegata alla madrepatria da uno stretto corridoio di territorio.
 
Gli abitanti di queste regioni isolate, poco più di 38 milioni di persone, sono differenti dal punto di vista etnico, culturale e religioso rispetto a coloro che abitano la restante parte del Paese. Qui oltre 400 gruppi tribali e sottotribali, molti di origine sino-tibetana, convivono con difficoltà e agitano rivolte separatiste fin dal momento in cui l’India divenne Stato, nel 1947. Nella regione, tra 112 gruppi armati più o meno importanti, opera il Fronte unito di liberazione dell’Assam, Ulfa, che dal 1979 lotta contro il governo indiano accusandolo di depredare il territorio delle sue ricchezze, principalmente tè e minerali. La debolezza del governo locale e gli altri livelli di corruzione danno ragione ai militanti e ne aumentano la popolarità tra gli abitanti. Gli attacchi della guerriglia sono diretti contro le istituzioni ma anche contro gli immigrati provenienti dal Bengala indiano e dalle nazioni vicine in cerca di lavoro. Parlando in merito agli attentati dei giorni scorsi, il primo ministro dell’Assam, Tarun Gogoi, ha accusato l’Ulfa senza mezzi termini. Essi sarebbero stati una risposta all’arresto di alcuni militanti avvenuto di recente in Bangladesh.
 
L’organizzazione separatista, dal canto suo, ha negato qualsiasi coinvolgimento e ha definito le accuse politicamente motivate. Ma chi sia dall’altra parte della barricata, in verità, poco importa. Per il governo di Nuova Delhi, che ha sposato a pieno la dottrina Bush, tutti i nemici sono ugualmente terroristi da eliminare e, di conseguenza, il territorio è sempre più militarizzato da operazioni antinsurrezione, con movimenti di forze di polizia, unità dell’esercito e truppe paramilitari. Per mantenere il controllo dell’opinione pubblica viene sventolato il pericolo straniero. «Non so se l’Ulfa abbia il supporto delle autorità cinesi ha affermato Gogoi in televisione - ma senza dubbio i militanti stanno cercando di dislocare la loro base operativa in Cina». Nel frattempo i tanti gruppi armati antigovernativi non trovano una posizione politica comune e vanno al fronte in ordine sparso.
 
Alcuni vorrebbero federare tutti i sette Stati in una nazione indipendente, altri ne escludono una parte, altri ancora mirano solo a costituzioni autonomiste, a volte limitate ad aree tribali. Nel 2004 il governo centrale annunciò la disponibilità a tenere colloqui di pace con qualsiasi controparte, senza domandare il disarmo come precondizione. Seguirono molti incontri e tante parole di speranza riempirono i giornali. Ma la moltitudine di soggetti e ragionamenti non facilitò il compito dei mediatori e, laddove un comandante accettava un compromesso, altri aumentavano il livello di violenza. I colloqui con l’Ulfa, in particolare, fallirono ufficialmente nel settembre 2006. Da allora non si sono mai interrotti gli attacchi a forze di polizia, personaggi politici e lavoratori delle ferrovie, alla ricerca di una vittoria che non si sa nemmeno più dove potrebbe essere.

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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