Viaggio in Mongolia Terra di nomadi e di affari
MONDO. Ricco di tradizioni millenarie e di risorse naturali, l’ex impero di Gengis Khan fa gola a molti per le sue risorse minerarie. Se il Paese - stretto tra i colossi Russia e Cina - sembra cavalcare l’onda del successo diplomatico e degli investimenti esteri, una classe politica corrotta e una povertà diffusa ne impediscono il decollo.
Il National Geographic l’ha inserita tra le mete più affascinanti del pianeta. Sconfinata, mistica e selvaggia, la Mongolia stupisce ed emoziona per i suoi cieli azzurri, le pianure ghiacciate d’inverno e bruciate dal sole d’estate, i riti sciamanici e i canti di gola che i nomadi intonano per simulare il suono del vento. Se con Gengis Khan è stato l’impero più esteso della storia, nel 1992 il Paese - dopo tre secoli di dominazione cinese e settant’anni di regime comunista filosovietico - è diventato una Repubblica parlamentare, aprendosi a un’economia liberista. Oggi il governo è retto da una coalizione tra i due principali schieramenti: il Partito popolare rivoluzionario e il Partito democratico. Stretta tra due giganti, Russia e Cina, per secoli questa terra lontana ha visto il mondo cambiargli intorno senza per questo volerlo imitare, mantenendo intatte la sua identità, lo stile di vita e le risorse naturali.
Un’integrità coraggiosa, che oggi attira l’interesse non solo di turisti e viaggiatori ma anche di governi e aziende straniere. Ostile e difficile da coltivare, la steppa mongola offre infatti minerali e metalli indispensabili per far funzionare le società moderne. Carbone, oro, rame, uranio, tungsteno, argento, molibdeno, ferro, nichel: per anni non sono stati sfruttati adeguatamente, per mancanza di infrastrutture interne e per un’economia chiusa al mercato, fortemente controllata da Mosca. Ma oggi, a diciott’anni dalla liberalizzazione del Paese, queste risorse fanno gola a molti. Innanzitutto alle vicine di casa, che si avvantaggiano sugli altri per vicinanza geografica, rapporti diplomatici già avviati e importanti rifornimenti di energia, manufatti e prodotti alimentari. La posta in gioco, però, è alta e gli avversari con cui contenderla sono agguerriti e sempre più numerosi: Corea del Sud, Giappone, Australia, Canada, Stati Uniti e ultimamente anche India.
Contesa sulle miniere
È il boom delle attività minerarie, che in agosto ha conosciuto una svolta decisiva con l’accordo tra il governo mongolo e il gruppo canadese Ivanhoe Mines per l’apertura della più grande miniera inesplorata di oro e rame. Si trova a Oyu Tolgoi, nel Gobi sudorientale, e come ha dichiarato il portavoce del Parlamento Demberel al quotidiano The Mongol Messenger, «si parla di una potenzialità estrattiva di 44mila tonnellate di rame ogni dodici mesi e di altre 1.800 d’oro, con una produzione stimata per i prossimi cento anni». I numeri sono alti e potrebbero tradursi in un miliardo di dollari a ogni cambio di calendario. Dopo lunghe trattative, l’intesa concede il 66% del progetto all’azienda di Vancouver, mentre il 34% rimane a Ulan Bataar. Le attività cominceranno nel 2013, entrando in piena produzione dopo cinque anni, «con previsioni di profitto a partire dal 2022», riporta il parlamentare Enkhbold al Mongol Messenger.
Anche la statunitense Peabody Energy Corporation, la più grande nel settore dell’estrazione del carbone, ha messo gli occhi sul deserto più a nord del pianeta. In particolare sulle ricche miniere di Tavan Tolgoi, offrendosi di «aiutare il Paese a sviluppare i suoi giacimenti», come ha dichiarato ad aprile il primo ministro Bayar sul quotidiano della capitale UB Post. E come lei molte altre compagnie straniere. «A dimostrarlo sostiene Dorjdari dell’Open society forum di Ulan Bataar - sono la crescita esponenziale delle licenze per la ricerca e l’estrazione e le frequenti visite diplomatiche che il nuovo presidente Elbegdorj ha ricevuto dall’inizio del suo mandato ». La speranza per aziende e governi è che il capo di Stato, laureatosi in Colorado e con una specializzazione ad Harvard, possa smussare l’impostazione filosovietica del primo ministro, formatosi nelle scuole russe e molto vicino ai leader del Cremlino. In effetti, dei primi cambiamenti ci sono stati. In occasione del progetto di Oyu Tolgoi, il governo ha approvato una serie di modifiche alle leggi nazionali, per favorire le imprese e rendere possibile l’accordo miliardario.
La revisione prevede l’inserimento di agevolazioni fiscali in caso le aziende registrino perdite sui profitti, l’apertura a investimenti privati per la realizzazione di strade e infrastrutture (finora appannaggio dello Stato), la possibilità per le industrie di utilizzare le riserve d’acqua del sottosuolo, la cancellazione della Windfall tax, un’imposta del 68% sulle attività minerarie voluta nel 2006 per raccogliere fondi a favore delle famiglie in difficoltà. Se da un lato emerge la necessità di attrarre il maggior numero di investimenti, tecnologia e conoscenza dall’estero, analisti e politici si chiedono come riuscirà il governo a sostenere le spese sociali coperte da questa tassa, o come potrà mantenere il controllo sullo sfruttamento delle falde acquifere. Di fronte all’ingresso di nuovi soggetti e cambi di vertice, Mosca ha reagito organizzando a giugno una visita di Vladimir Putin e ad agosto una del presidente Dmitri Medvedev. I punti in agenda erano tre: accordi di cooperazione militare, sviluppo delle reti ferroviarie mongole e partecipazione all’estrazione di uranio nei giacimenti inesplorati delle steppe orientali.
Dopo la miniera di rame di Erdenet, voluta dai russi nel 1972 e oggi gestita al 50% dai due Paesi, è nato un nuovo patto bilaterale. Come riportato dallo UB Post il 28 agosto, i giacimenti della provincia di Dornod - oggetto dell’accordo - copriranno un quarto dell’attuale produzione di uranio del Cremlino e anche se altri governi vorrebbero sedere allo stesso tavolo, il direttore della compagnia statale russa Rosatom è stato chiaro: «Sappiamo che la Mongolia non collaborerà solo con noi, ma la Russia sarà il primo partner». Meno amata della Piazza Rossa, per il passato dominio dei Manchu, Pechino vanta il primato delle importazioni e una vicinanza alle regioni con maggiori risorse. I suoi interessi sono per carbone e rame, necessari a soddisfare il vorace appetito delle industrie di componenti idraulici e tecnologici, cellulari e apparati elettronici. Secondo Dorjdari, «solo per i condizionatori d’aria la domanda interna ha raggiunto i 500 milioni di richieste». Per il gigante cinese le ricchezze del Gobi e le scoperte come Oyu Tolgoi sono una manna dal cielo.
La transizione da un’economia pianificata a una di mercato si è tradotta non solo in opportunità di sviluppo, ma anche in una disgregazione del tessuto sociale, colpendo soprattutto le fasce più vulnerabili della popolazione. La privatizzazione ha innalzato i tassi di corruzione di politici e funzionari pubblici e creato disoccupazione nelle aree rurali, dove molte famiglie nomadi sono state costrette a migrare a Ulan Bataar, sistemandosi con la loro gher (la tradizionale tenda mongola) dietro le strade del centro o nella periferia circostante, senza acqua potabile, elettricità e sistema fognario. Una depressione diffusa e le difficoltà quotidiane hanno aumentato i casi di alcolismo tra gli uomini e di prostituzione tra le donne, rendendo il terreno fertile alla violenza domestica e agli abusi sui minori. «Quando siamo arrivati nel 1997 - spiega Edward Thornton, direttore del centro per bambini di strada della Christina Noble Children’s Foundation - abbiamo trovato una situazione di estrema povertà, con centinaia di bambini che scappavano da situazioni familiari insostenibili, miseria, violenza e abbandono. Christina, la fondatrice del centro, ha voluto realizzare delle strutture ricettive e dei programmi di assistenza medica e borse di studio. Ha anche lavorato nelle prigioni, scoprendo che i piccoli commettevano crimini per trovare cibo e un luogo caldo».
L’altra faccia del progresso
Circoscritto alla capitale, dove comunque vivono quasi tre quarti della popolazione mongola, il fenomeno dei bambini di strada è iniziato nei primi anni Novanta e ha toccato punte estreme nel 2003, a seguito di una serie di inverni particolarmente rigidi e devastanti per le già precarie economie domestiche di allevatori e contadini. In quegli anni migliaia di giovani disperati vivevano nei tombini della città, per trovare tepore sulle condutture sotterranee del riscaldamento urbano. Oggi lo Stato dichiara che il numero è sceso a 40, ma suor Lucilla Munchi del Verbist care center non ne è sicura: «La situazione è migliorata, ma in città ci sono 50 centri gestiti da Ong internazionali, congregazioni religiose e governo, ospitando ognuno dai 20 ai 60 ragazzi. Le cifre rimangono preoccupanti, si sono solo spostate dai tombini alle strutture di accoglienza. Anche per la crisi globale, la mattina vedo intere famiglie uscire dai condotti sottoterra».
Un’altra ragione della diminuzione dei bambini dalle strade la suggerisce il Rapporto 2009 sul traffico di persone del dipartimento di Stato americano, secondo cui la Mongolia è nella lista nera dei Paesi che commerciano uomini, donne e minori per scopi sessuali e lavori forzati. Le vitti me, vendute soprattutto a Macao, Hong Kong, Corea del Sud e Malesia, ma anche in Medio Oriente e in Europa, vengono rapite o convinte a partire con la promessa di un impiego e di un futuro migliore. Giunte a destinazione, finiscono prigioniere e costrette ad attività illegali. Il traffico dei bambini è florido anche all’interno dei confini. Sempre secondo il rapporto, polizia, giudici e governanti sono spesso coinvolti nella gestione degli scambi o sono clienti finali. Lo Stato non ha ancora aperto inchieste né adottato azioni disciplinari in merito. E così, essere piccoli in Mongolia richiede ancora una forza e una tenacia fuori dall’ordinario.
Anche quando si decide di rimanere con i genitori, lavorando nei cantieri edili, nelle discariche o nelle miniere artigianali, dove le famiglie improvvisano tunnel o cave per raccogliere qualche grammo d’oro e rivenderlo agli intermediari o alle grandi compagnie. Oggi le speranze per la Mongolia di diventare un Paese prospero nel giro dei prossimi venti anni sono diffuse. Lo stesso Elbegdorj ha affermato, in una recente intervista ad Al Jazeera, che «con i minerali di cui siamo in possesso e la ricchezza pro capite che ne può derivare, possiamo ritenerci una delle dieci nazioni più ricche del mondo». Ma al momento sono solo parole per buona parte della popolazione che vive per un terzo sotto la soglia di povertà e per un quinto in condizioni di estrema miseria. Ad Ulan Bataar c’è chi conclude affari miliardari e chi chiede l’elemosina dormendo nei sottoscala. Tutti sognano un futuro di gloria e di riscatto, orgogliosi di essere pur sempre i discendenti di Gengis Khan. «Chissà se le nuove attività estrattive porteranno i benefici attesi, nel rispetto dei diritti umani e di condizioni di vita migliori per tutti», commenta Altantuya Sarta Uul di Amnesty International Mongolia. Per ora conviene sospendere il giudizio e mantenere un occhio vigile e prudente.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







