«Il dolore e il lutto sono diventati impegno civile»

Pietro Nardiello
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MEMORIA. 23 dicembre 1984, una bomba sul rapido 904 Napoli-Milano esplode facendo una carneficina: 15 i morti e oltre 300 i feriti. Si toglie la vita anche un poliziotto accorso per prestare aiuto: i corpi martoriati sono per lui una visione inaccettabile. A colloquio con Antonio Celardo, presidente dell’Associazione che tutela la memoria di un episodio di terrorismo nero sul quale non si conosce tutta la verità relativa a mandanti ed esecutori.

Nel giorno del quarantesimo anniversario della strage di piazza Fontana a Milano del 12 dicembre 1969, a Napoli l’Associazione che ricorda invece la strage del treno rapido 904 avvenuta il 23 dicembre 1984 riceve dal Comune una sede: un appartamento confiscato al clan camorristico dei Contini. Incontriamo Antonio Celardo, il terzo presidente in ordine di tempo dell’Associazione che raccoglie i sopravvissuti della strage, i parenti delle vittime e quanti chiedono giustizia.
 
Presidente, quando vi siete costituiti in Associazione?
Nel 1985, dopo circa tre o quattro mesi dalla strage. L’obiettivo di avere una sede ha rappresentato uno dei nostri temi prioritari e dopo quasi venticinque anni, grazie all’impegno del sindaco Rosa Russo Jervolino e della Regione Campania, che ha finanziato la ristrutturazione di questo appartamento con i fondi del Programma operativo nazionale sicurezza, siamo riusciti a ottenere un luogo dignitoso e consono che ci consente di portare avanti tutte le nostre iniziative.
 
Ci parla di queste iniziative?
L’Associazione si adopera per la tutela dei diritti delle vittime, per l’assistenza psicologica dei sopravvissuti e dei parenti delle vittime, per la ricerca della verità e la conservazione della memoria.
 
Cosa prevedono le leggi in questa materia?
La legislazione che tutela i diritti di chi in occasione di queste stragi ha perso la vita viene spesso disattesa a causa di interpretazioni restrittive. Accade proprio questo con la legge numero 206 del 2004 che prevede una riduzione di dieci anni lavorativi per il coniuge e i figli della vittima.
 
Sono stati compiuti dei passi avanti?
Adesso vi è un referente in ogni sede territoriale dell’Inpdap, mentre per quanto riguarda l’Inps è stato istituito un centro presso la sede nazionale di Roma dove possono essere evase le istanze degli aventi diritto. Insieme alle associazioni che ricordano altre stragi terroristiche abbiamo presentato degli emendamenti per richiedere la giusta interpretazione della legge. Ma, purtroppo, questo governo non ne ha tenuto conto.
 
E adesso?
Non ci resta che attendere la conclusione dell’iter della finanziaria per sapere se qualcuno di questi emendamenti è stato recepito.
 
La verità giudiziaria invece?
La sentenza è passata in giudicato ma sono stati individuati solo alcuni colpevoli come Pippo Calò, il cosiddetto cassiere della mafia, e il suo sodale Guido Cercola. Rimangono sconosciuti gli esecutori materiali e i mandanti. Durante il corso dei processi ci sono stati molti condizionamenti che non hanno consentito di giungere alla verità.
 
Come mai?
Non si è fatta chiarezza nella solita area grigia che ha visto interagire in occasione di queste stragi appartenenti alla massoneria, apparati dei servizi deviati e lobby politiche affaristiche. Solo qualche collaboratore di giustizia potrebbe consentire la riapertura del processo. Noi ora ci aspettiamo molto dalla ricerca storica, le motivazioni della strage potrebbero emergere dall’attenta analisi di quei documenti.
 
Ci sono state anche molte assoluzioni eccellenti in questa storia?
Il boss del rione Sanità, Giuseppe Misso, inizialmente viene considerato uno di quelli che trasporta il materiale esplosivo da Napoli a Firenze ma poi viene assolto. Lo stesso avviene per il deputato missino Massimo Abbatangelo, che però viene successivamente condannato a sei anni per detenzione di materiale esplodente.
 
E adesso?
Faremo di questa sede un luogo della memoria dove conserveremo tutto il materiale che riguarda la strage per consentire così a ricercatori, storici e giovani studenti di poter fare i propri studi che porteremo nelle scuole. Con la strage del rapido 904 si concludono gli anni della strategia della tensione e noi, che abbiamo trasformato il lutto individuale in impegno civile, abbiamo il dovere di trasmettere alle giovani generazioni i valori democratici e non quelli dell’esasperazione. Anche una mostra fotografica di Luciano Nadalini ci aiuterà a perseguire questo obiettivo.
 
Quanti sono gli associati?
In Campania poco meno di duecento, ma sono tanti coloro che risiedono fuori della nostra regione.
 
Avete ottenuto una sede in un bene confiscato. La decisione ha un alto valore simbolico.
Certamente, anche se abbiamo dovuto attendere tutto questo tempo. Nel 2004 abbiamo siglato con il comune di Napoli un protocollo che prevedeva un aiuto per la tutela e l’assistenza ai nostri associati e finalmente, grazie a quella stipula, dopo altri quattro anni oggi inauguriamo questa sede. Vorrei però sottolineare che la vendita all’asta di beni come questo, come prevede la norma inserita nell’ultima legge finanziaria, ci preoccupa parecchio.
 
Com’è cambiata la vita da quel giorno di venticinque anni fa?
Era domenica e io mi recavo dalla mia famiglia in provincia di Modena per trascorrere le festività natalizie. Il treno parte da Napoli alle 12,55 ma quando giunge in quella galleria tra Vernio e San Benedetto Val di Sambro un’esplosione terrificante mi fa svenire. Senza coscienza mi ritrovo nel corridoio della carrozza, sommerso tra un groviglio di lamiere contorte. Avevo paura di toccarmi perché non sentivo più il mio corpo. Solo dopo qualche minuto ho compreso di essere ancora vivo e in quel momento pensai subito a un attentato terroristico perché il treno stava attraversando la stessa galleria dove dieci anni prima venne realizzato l’attentato all’Italicus. Il mio pensiero va continuamente a coloro che non ci sono più e a tutti i loro famigliari. Quest’esperienza ci ha segnarti per sempre. La nostra vita è cambiata. La strage è diventata un pensiero quotidiano.

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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