“Hopenaghen” al via
«È il più grande evento che sia mai avvenuto nella storia di Copenaghen. Ma che dico, forse della Danimarca». Michael è uno dei tantissimi ragazzi che ha mollato tutto per lavorare nel Bella Center durante il vertice sul clima delle Nazioni Unite che si è aperto ieri e si concluderà il prossimo 18 dicembre. Per quella data, si spera, i 110 capi di Stato che si alterneranno nella capitale danese a partire dalla prossima settimana dovrebbero trovare un accordo vincolante sul taglio delle emissioni di anidride carbonica. La febbre del Pianeta a parere di tutti va rallentata. Lo stesso entusiasmo sembra aver contagiato la ministra danese dell’ambiente che presiede il summit. Prende la parola e afferma senza nascondere la propria soddisfazione: «Finalmente dopo aver rappresentato una scadenza il nome di Copenaghen oggi rappresenta una speranza». In occasione del summit infatti la città si chiamerà Hopenaghen, dove hope, ovviamente, sta per speranza.
Le iniziative di Hopenaghen sono numerosissime: dai concerti in piazza alle mostre fotografiche all’aperto (sfidando quindi pioggia e vento forte) che mostrano gli effetti dei cambiamenti climatici. La promotrice più convinta delle iniziative di Hopenaghen è la prima cittadina, Ritt Bjerregaard, che deve il suo esordio sulla stampa internazionale non tanto alla sua sensibilità ecologista quanto alla lettera, inviata nei giorni scorsi agli albergatori che ospitano i delegati dell’Onu, in cui si legge: «Siate ecosostenibili, non facilitate gli ospiti nel cercare sesso a pagamento ». Così, senza dilungarsi troppo, l’elegante signora Bjerregaard in giacca e stivali rosso fuoco si è detta onorata di ospitare questo summit da cui dipendono le sorti della Terra. Questo è il messaggio che Copenaghen ha voluto veicolare anche tramite un video shock trasmesso all’inizio della cerimonia di apertura dei lavori.
La pellicola mostra un futuro apocalittico con tempeste e paesaggi desertici vissuto dai suoi principali protagonisti: i bambini. Sempre i ragazzi poi sono stati in grado ieri di emozionare il glaciale Yvo de Boer, segretario generale della Convenzione sui cambiamenti climatici dell’Onu. L’occasione è stata la consegna simbolica delle dieci milioni di firme raccolte per il Clima con la campagna Tck Tck Tck, il network internazionale che si è mobilitato nei mesi scorsi ‘ticchettando’ l’appuntamento che si avvicinava. In piena sincronia anche Yvo de Boer che ha affermato: «Il tempo è ormai scaduto. Abbiamo sei giorni per definire l’accordo prima che arrivino i ministri e i capi di Stato». Politici a parte, la conferenza è in mano anche alla comunità scientifica, la cui voce più autorevole è stata rappresentata ieri dal premio nobel Rajendra Pachauri, presidente del Panel intergovernativo sui cambiamenti climatici (Ipcc).
A lui è toccato il compito di respingere i tentativi di screditare il lavoro degli scienziati Ipcc, intervenendo in merito al cosiddetto “climagate” (secondo cui gli studiosi avrebbero corretto in peggio i dati sul cambiamento climatico). Pachauri è originario del Bangladesh, Paese simbolo colpito dalle inondazioni. «Su fenomeni come l’innalzamento del livello del mare e lo scioglimento dei ghiacci ormai siamo tutti d’accordo, ora bisogna passare all’azione e pensare a quelle miglia ia di persone che vivono in stato di emergenza continua». La testimonianza di una ragazza proveniente dal cosiddetto “fronte dei cambiamenti climatici” commuove la platea di una delle più importanti sale conferenze del Bella Center. Parla della sua isola del Pacifico dove ha vissuto gli effetti drammatici di un’inondazione e al segretario De Boer chiede un impegno concreto. Nella giornata dei buoni propositi, la quindicenne in lacrime non poteva che incassare un emozionato sostegno.







