Ancora frane e alluvioni E nessuna prevenzione

Alessandro De Pascale
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DOSSIER. Presentata ieri “Ecosistema rischio”, l’indagine di Legambiente sulle attività svolte dai sindaci nei territori più esposti a calamità naturali. Un quadro scoraggiante.

Dopo le tragedie di Messina e Ischia è sempre più urgente un Piano complessivo di riassetto idrogeologico. Soprattutto in un’Italia che si allaga e cade a pezzi. Incuria, abusivismo edilizio, problemi nella pianificazione urbanistica e carenza di manutenzione del territorio fanno crescere i pericoli. I cambiamenti climatici sempre più tangibili con l’alternanza di piogge molto concentrate a lunghi periodi di siccità, fanno il resto. Legambiente ha presentato ieri nella sua sede a Roma, assieme alla Protezione civile nazionale, il rapporto Ecosistema rischio 2009. Un «monitoraggio sulle attività delle amministrazioni comunali per la mitigazione del rischio idrogeologico». Dal 2003 il dossier viene realizzato ogni anno, sulla base di un questionario inviato ai Comuni. Un’autocertificazione con la quale gli enti locali fotografano il loro operato. Dal rapporto emerge un quadro per niente incoraggiante. E la realtà potrebbe essere addirittura peggiore.
 
Forti ritardi nella prevenzione e troppo cemento lungo i corsi d’acqua o in prossimità di versanti franosi e instabili. Nel nostro Paese sono a rischio 5.581 comuni su 8.101: il 70 per cento. Ma questo dato risale proprio al 2003. È quella l’ultima mappatura delle aree «a più alto rischio idrogeologico» realizzata dal ministero dell’Ambiente e dall’Unione province. Legambiente ha inviato il questionario proprio a questi comuni. Nel 79 per cento dei 1.486 comuni intervistati ci sono abitazioni sulle aree esposte al rischio frane e alluvioni. Per non parlare dei 415 (28%) dove sulle zone pericolose sono stati edificati interi quartieri e dei 292 (20%) con strutture ricettive. A marzo scorso la Cassazione ha reso definitive tre condanne per omicidio colposo per l’alluvione nel camping “Le Giare” di Soverato, costruito nell’alveo del fiume Beltrame, in Calabria. La furia delle acque nel 2000 aveva ucciso 13 persone.
 
Più della metà dei comuni (il 54%) ospita sui territori a rischio fabbricati o insediamenti industriali. Un dato che rende ancora più elevati i pericoli, sia per l’incolumità dei dipendenti che dal punto di vista ambientale. In caso di frane o alluvioni potrebbe infatti avvenire una contaminazione dei terreni e delle acque circostanti con le sostanze chimiche utilizzate da quelle industrie. Per fortuna buona parte dei comuni intervistati (l’85%) ha previsto nei propri piani urbanistici, vincoli di inedificabilità per le aree a rischio idrogeologico. Restano invece scarsi gli interventi di prevenzione e di gestione del suolo.
 
Solo 98 amministrazioni (il 7%) ha infatti provveduto a delocalizzare le abitazioni a rischio, mentre 49 (il 3%) gli insediamenti industriali. Tra queste figurano città come Canischio (To), Palazzolo sull’Oglio (Bs) ma anche Perugia, Pesaro (Pu) e Parma. Nel 36% dei comuni non viene svolta alcuna attività di manutenzione ordinaria delle sponde dei corsi d’acqua e delle opere di difesa idraulica. Spesso si trasforma in un alibi per continuare a edificare nelle zone a rischio o creano problemi nelle aree limitrofe il 76% dei comuni che, sempre a loro dire, hanno realizzato opere di messa in sicurezza dei corsi d’acqua e di consolidamento dei versanti.

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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