Autobomba nel centro di Kabul. Attacco dinamitardo in Punjab
AfPak. Il presidente afgano Karzai annuncia la svolta contro la piaga endemica e il generale Petraeus a Islamabad rassicura che non ci sarà un colpo di Stato militare. Ma nella regione regna ancora la violenza: ieri due nuove esplosioni.
Due eventi ufficiali, due Paesi senza pace e due attentati sanguinari. Ieri, poco prima che il presidente afgano Hamid Karzai si accingesse a inaugurare una conferenza contro la corruzione, a Kabul, un’autobomba è esplosa nella centralissima zona di Wazir Akbar, quartiere di ambasciate e alberghi, causando almeno 8 morti e una quarantina di feriti. Intanto in Pakistan un altro appuntamento istituzionale, l’incontro tra il generale americano David Petraeus, capo del comando centrale Usa, e il premier pachistano Yousaf Raza Gilani, è stato accompagnato da un attacco in pieno giorno nel mercato di Dera Ghazi, una cittadina della regione meridionale del Punjab, provocando la morte di oltre 20 persone, anche se si continuano a estrarre corpi dalle macerie.
La resistenza talebana nel tormentato AfPak (definizione americana per una regione dai confini non ben definiti) non demorde neanche di fronte alle rigide temperature invernali. In attesa che arrivino i rinforzi, i 30mila uomini in più annunciati dal presidente americano Barack Obama nelle scorse settimane, è il generale Petraeus a dovere rasserenare le ansie centroasiatiche di fronte agli evidenti fallimenti logistici. Le forze armate pachistane e afgane non riescono a far fronte alla talebanizzazione dei territori lungo il confine inesistente tra i due Paesi. Un’avanzata che dipende in buona parte dalla debolezza dei governi. Ieri un Karzai in veste di paladino dell’anticorruzione ha rappresentato un’occasione importante per essere sfiduciato politicamente dai ribelli, anche se i loro metodi restano solo quelli violenti. Sul problema endemico il presidente afgano ha dovuto quindi ammettere che «la corruzione in seno al nostro governo non si può cancellare dall’oggi al domani» promettendo comunque una stagione di cambiamento.
Nel frattempo, additando il ventre molle di Kabul, i miliziani estremisti hanno condotto il loro proselitismo nelle campagne dando terre e cibo ai contadini abbandonati dall’esecutivo. Sul fronte pachistano invece, la crisi politica è talmente densa che Petraeus dopo aver incontrato i vertici militari, ha dovuto negare esplicitamente l’esistenza del rischio di un «colpo di Stato da parte dell’esercito». La tensione è legata alla situazione giudiziaria del presidente pachistano, Asif Ali Zardari, in attesa del verdetto della Corte suprema. Il tribunale deve pronunciarsi a breve sul ricorso contro l’amnistia che protegge una parte del governo dalle accuse di corruzione e appropriazione indebita. A Islamabad vi sono poco dubbi sul conflitto esistente fra Zardari e il capo di Stato maggiore delle forze armate, il genera le Ashfaq Parvez Kayani. Nella confusione generata dagli intrighi di corte, il terrorismo continua a trovare terreno fertile nonostante i disperati appelli degli imam pachistani. «Gli attacchi suicidi sono contrari ai principi dell’Islam» hanno dichiarato ieri i religiosi, mentre si continuavano a estrarre corpi da cio che restava del mercato di Dera Ghazi.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







