Caserta, il Centro sociale della strage di San Gennaro
BUONA POLITICA. Dell’“Ex Canapificio” facevano parte i sei extracomunitari uccisi in un blitz della camorra il 18 settembre 2008. Tutela dei diritti sindacali, pratiche per l’ottenimento del diritto d’asilo, assistenza legale: alcune delle attività offerte ai migranti. Ma è solo una parte delle iniziative di un collettivo a cui aderiscono studenti, lavoratori, pensionati e immigrati.
La sera del 18 settembre dello scorso anno un commando di camorristi, guidato da Giuseppe Setola, ammazza in un agguato sei cittadini extracomunitari a Castelvolturno, nel casertano. L’azione stragista sarà ricordata come “la strage di San Gennaro”, mentre l’Italia intera e gli organi d’informazione, per molto tempo, sosterranno la tesi con cui si vorrebbe archiviare il tutto come un normale regolamento di conti: «Gli africani erano degli spacciatori e non avevano rispettato le regole». Le intercettazioni telefoniche, invece, dimostreranno che il commando criminale ha agito sia con finalità terroristiche, per diffondere la paura tra i cittadini, sia con finalità di discriminazione e odio razziale.
I malcapitati erano tutti utenti del centro sociale autogestito “Ex Canapificio” con sede a Caserta, un luogo diventato, in pochissimi anni, un vero e proprio punto di riferimento per immigrati e cittadini locali. Ne parliamo con Vincenzo Fiano, ventitreenne studente di Filosofia, una delle infaticabili anime del centro sociale, un’associazione alla quale aderiscono universitari, lavoratori, pensionati, studenti e immigrati. Insieme a lui passeggiamo per le strade di Caserta, una città che affoga tra traffico automobilistico e disorganizzazione urbanistica. A pochi passi dal centro sociale c’è la magnifica Reggia vanvitelliana che ancora oggi appare come un vero e proprio corpo estraneo della città. «L’azione terroristica commessa dal commando camorrista ai danni dei sei immigrati - ci dice Vincenzo - ha rappresentato un momento difficile che ha dato il via a brevi ma intense tensioni sociali».
L’Italia intera solo allora si è accorta di quanto sia difficile per gli extracomuni tari vivere in quella favelas nostrana che è il casertano senza alcun diritto e dove l’unica legge vigente è quella dettata dai clan. Anche a Caserta, “la città distratta”, hanno così dovuto prendere atto di quella presenza umana, dei luoghi dove si preferisce ghettizzarli perché i casertani, ricorda lo scrittore Antonio Pascale, «l’odore dei neri non lo hanno mai sentito veramente e nemmeno sono mai riusciti a scoprire dove abitassero». «Come centro sociale prosegue Vincenzo - ci siamo costituiti parte civile al processo Setola e altrettanto abbiamo fatto fare ai parenti delle vittime la cui costituzione, però, non è stata accettata dal tribunale poiché non si trattava di parenti diretti». Così, però, non hanno fatto i diciotto sindaci della zona, tranne il primo cittadino di Casal di Principe, che lo scorso marzo avevano pure sottoscritto un protocollo in materia di legalità proponendosi di costituirsi parte civile in tutti i processi di camorra.
«Non giudichiamo quest’ennesimo passaggio a vuoto della classe dirigente casertana - dice Vincenzo - ma sarebbe importante che si formasse un fronte unito». Nel frattempo le attività del centro sociale proseguono ininterrottamente da ben quattordici anni. La prima sede viene individuata in un ex macello ma, dopo solo due anni, avviene lo sgombero perché in quella struttura l’allora amministrazione comunale di centrodestra avrebbe dovuto realizzare una biblioteca multimediale. Ancora oggi, dopo la ristrutturazione, l’ex macello viene utilizzato saltuariamente ma della biblioteca non c’è alcuna traccia. I ragazzi del centro sociale, nel frattempo, si rimboccano le maniche e fanno della nuova sede, l’ex canapificio, un punto di riferimento per l’intera cittadinanza, i movimenti giovanili e per i migranti. Ogni mercoledì e venerdì allo sportello giungono più di trecento persone alle quali viene offerta assistenza legale: si va dai casi di sfruttamento sui luoghi di lavoro - per dieci o dodici ore di lavoro nei campi per raccogliere pomodori o nell’edilizia la paga non supera i 20 euro - alle consulenze e all’avvio di pratiche con le quali chiedere asilo politico.
«Chi si rivolge a noi afferma Vincenzo - proviene da Ghana, Sierra Leone, Nigeria, Burkina Faso, Costa D’Avorio. Sono territori in cui ci sono solamente conflitti tribali, controversie interne che costringono le persone a scappare. Ma la prefettura di Caserta interpreta la norma in modo restrittivo. Purtroppo nemmeno la sanatoria attuata dal governo per colf e badanti ci aiuta perché esclude le categorie di lavoratori che da tanto tempo sono impiegati nel settore dell’edilizia». Le condizioni strutturali del canapificio sono fatiscenti. Quando piove, è necessario utilizzare l’ombrello. Già da un po’ di tempo cadono dei calcinacci. La Regione Campania, proprietaria dell’immobile, ha proposto, nell’ambito del Programma operativo nazionale sulla sicurezza 2007-2013, un progetto di riqualificazione della struttura per un valore di oltre sei milioni di euro ma tutto è inspiegabilmente fermo in attesa della ratifica da parte del prefetto di Caserta.
Nel frattempo, la presentazione di questo progetto ha generato tanta confusione e molti malumori di stampo razzista. In città si è diffusa la voce che il centro sociale dovesse diventare un centro di accoglienza residenziale o un nuovo centro per l’identificazione temporanea. Immediate le proteste bipartisan della politica. Il primo veto è stato posto dal consigliere regionale del Pdl Angelo Polverino, a cui si è immediatamente aggiunto quello del Pd per iniziativa di Enzo Iodice, presidente dell’Ente provinciale per il turismo (Ept) di Caserta, per il quale addirittura una presenza del genere «potrebbe ostacolare le attività turistiche». «Chi voleva mischiare le carte - commenta Vincenzo - c’è riuscito bene. Il comportamento superficiale anche del presidente dell’Ept ci ha colti tutti di sorpresa. Ovviamente la chiusura del centro sociale non crediamo possa essere in discussione ma allo stesso tempo speriamo che non ci siano altri interessi sulla nostra struttura». Quello di Caserta è un centro sociale riconosciuto da governi di ogni colore politico come luogo propulsore del tavolo nazionale dedicato alle tematiche dell’asilo politico. E al centro sociale non si parla solamente di integrazione ma anche di educazione ambientale.
«Per la prima volta in Campania abbiamo proposto il progetto “Piedibus” che consiste nel realizzare una specie di autobus umano: è un accompagnamento dei bambini a scuola a piedi con la presenza di operatori che durante il percorso si occupano della loro sicurezza e insegnano l’educazione stradale. Ci sono un capolinea e delle fermate lungo dei percorsi studiati in base alle residenze dei bambini interessati. Ai genitori vengono indicati gli orari in cui bisogna accompagnarli e le fermate alle quali dovranno venire a prendere i bambini al ritorno da scuola». Si tratta di un servizio che i giovani del centro sociale stanno provando a stabilizzare con una richiesta di finanziamento poco onerosa presentata al Comune. Intanto un protocollo d’intesa sarà sottoposto nelle prossime settimane all’attenzione di associazioni e istituzioni: si intende far diventare l’ex canapificio una fucina stabile di pensiero e azione per la città di Caserta.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







