Clima, sussurri e grida

Simonetta Lombardo da Copenaghen
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SUMMIT. Pessimismo nei corridoi del Bella Center. A poche ore dalla conclusione del vertice l’intesa sembra lontana. Molte le previsioni, poche le certezze. La palla passa ai capi di Stato. L’accordo potrebbe arrivare all’ultimo momento.

Di fantasmi, pare se ne aggirino parecchi al vertice sul clima di Copenaghen. Il primo è quello, sfuggente, del negoziato che è sembrato arrivare ieri alla sua fermata finale. I sussurri si sono rincorsi a partire dalla mattinata, mentre le grida provenivano da fuori, ed erano quelle dei manifestanti che si scontravano con la polizia danese divenuta aggressiva e con i rinforzi che venivano dalla Svezia. Ma in questo primo giorno del segmento high level, con moltissimi capi di stato e di governo già presenti dei 115 attesi, anche nel Bella Center la situazione sembrava abbastanza fuori controllo.
 
La ministra danese Connie Hedegaard si dimetteva dal negoziato (pare per diversità di vedute con il primo ministro Rasmussen oltre che per fatto protocollare); veniva presentata una evanescente nuova bozza di accordo dalla Danimarca, suscitando lo sdegno e la ribellione dei G77, i paesi poveri e in rapido sviluppo; aleggiavano predizioni lugubri sulla sorte dei negoziati, a cominciare da quelle del negoziatore in capo della delegazione italiana, il direttore del ministero dell’Ambiente Corrado Clini che afferma: «Non si uscirà con un accordo da Copenaghen».
 
E certo la situazione non è brillante, anche se molti degli osservatori (anche da parte ong) lasciavano intendere che si trattava di una sorta di teatrino che risponde alle logiche interne dei negoziati, una drammatizzazione per spingere tutti a chiudere l’accordo, anche se in extremis. Così, aleggia una predizione, più che una previsione, su un intervento che pare sia stato progettato da Yvo de Bour, il segretario dell’organismo Onu che si occupa del cambiamento climatico. Ma per finire la parata di spiriti, i fantasmi più tradizionali li ha evocati il presidente venezuelano Chavez in un intervento in plenaria da capopopolo: quello del capitalismo, che aleggia nelle aule grigie dei negoziati, e il socialismo che è “l’unica maniera per salvare il pianeta”.
 
È un giorno di trattative e negoziati convulsi sottobanco, quello che dovrebbe e potrebbe traghettare oggi verso un accordo accettabile da parte di tutti i paesi e i gruppi di paesi divisi per interessi e paure. In questi dieci giorni di trattative i due megagruppi di lavoro hanno redatto i documenti finali. Il primo, sulla continuazione del protocollo di Kyoto oltre la scadenza, è in buona parte definito, contiene una cifra non ancora fissata di riduzioni di emissioni (taglio tra il 25 e il 40 per cento sul 1990) per i paesi sviluppati e una deviazione del 1530% delle emissioni rispetto a una situazione “business as usual” per i paesi emergenti, mentre ai più poveri nulla viene richiesto. Il secondo binario su cui si sono esercitati nell’ultimo anno i negoziatori è un testo che prevede una “visione condivisa” ma soprattutto impegni a lungo termine, ovvero al 2050.
 
Così, il summit è diviso fin dall’inizio tra chi sostiene che l’accordo di Kyoto deve entrare nella sua seconda fase (i paesi emergenti e i paesi in via di sviluppo che vedono qui l’unica possibilità di far pagare ai ricchi le emissioni del passato secolo) e chi pensa che la stella polare sia il trattato a lunga gittata (Stati Uniti in testa, che mai accetteranno di portare indietro da Copenaghen la ratifica dell’odiato protocollo di Kyoto). Oggi questa divisione pare insanabile ma potrebbe trattarsi anche di una strategia per alzare il livello della tensione e far passare un accordo di compromesso, che tenga conto di tutte e due i famosi binari di trattativa. Certo i capi di Stati che hanno aperto ieri la sessione di altissimo livello sono nella condizione di poter lanciare un grido di allarme forte e convinto. A intervenire sono stati soprattutto i più poveri della terra e gli Stati che rischiano, come quelli delle piccole isole, di andare sott’acqua tra pochi decenni.
 
 
«Siamo tutti sullo stesso battello, dobbiamo arrivare a un accordo integrale, legalmente vincolante e giusto», si appella Ahmed Sambi, delle Comore, mentre il Senegal racconta dei 520 chilometri di muro verde che il paese sta realizzando come ultima barriera contro le sabbie del deserto, mentre il presidente del Mali, Amadou Tourè racconta di «villaggi che scompaiono inghiottiti dalla sabbia, dei laghi che si insabbiano, del fiume Niger ridotto a un rivolo d’acqua». E a dare voce alla gravità della situazione con accenti potentemente populisti in mezzo a tempeste di applausi è il presidente venezuelano Hugo Chavez che inizia il suo intervento chiarendo che «il testo di accordo presentato non è democratico e inclusivo». Quello che il leader bolivarista vede con chiarezza è che «nel pianeta viviamo in una dittatura imperialista», e che nella sala della plenaria «aleggia il fantasma del capitalismo». «Non cambiamo clima - si appella - cambiamo sistema», perché il capitalismo «è un modello distruttivo» e uccide la terra, anzi - aggiunge - «la Pacha mama, come la chiama il mio amico indio Evo Morales».
 
 
E, dopo due anni di negoziati, specifica parlando stavolta veramente a nomi di tutti i paesi meno sviluppati, «non accetteremo niente che non venga dal protocollo di Kyoto». «Non aspetteremo con le braccia incrociate, daremo battaglia» aggiunge: Solo il socialismo salva il pianeta», e a Copenaghen il suo fantasma temuto si aggira, prendendo le forme della protesta dei ragazzi fuori dalle barricate che si ergono attorno alla sede del summit. Insomma, una giornata confusa, da cui emergono con chiarezza solo le necessità dei poveri e l’Ue non riesce a trovare una forma definita, schiacciata com’è tra i G77, la Cina e gli Stati Uniti. Ma per cantare il de profundis occorre aspettare l’ultimo momento e oltre: anche a Kyoto l’accordo si trovò 12 ore dopo la chiusura.

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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