Hmong, un rimpatrio forzato

Paolo Tosatti
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THAILANDIA. Sono iniziate ieri le operazioni per il trasferimento coatto di oltre 4.000 membri dell’etnia verso il Laos. Nazioni unite, Unione europea e Stati Uniti hanno espresso la propria preoccupazione per la loro sorte una volta attraversato il confine

Sono iniziate ieri all’alba le operazioni di espulsione dalla Thailandia verso il Laos di oltre 4.000 profughi di etnia hmong, popolazione asiatica che vive nelle zone montagnose del sud della Cina e nella parte orientale della penisola indocinese.
 
Circa 5.000 tra soldati e civili sono entrati nel campo profughi di Huay Nam Khao, 300 chilometri a nord della capitale Bangkok, per dare inizio al rimpatrio forzato degli occupanti, che vivevano nella struttura da oltre 30 anni. I hmong sono stati caricati a bordo di camion militari e scortati dalle forze di sicurezza fino a Nong Khai, località di frontiera e tappa intermedia del viaggio prima dell’attraversamento del fiume Mekong e dell’arrivo nel Laos.
 
Una deportazione decisa di comune accordo a metà dell’anno scorso dai governi di Bangkok e di Vientiane, nonostante le proteste di numerosi gruppi e organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani, preoccupati per l’incolumità dei membri del gruppo una volta rimpatriati.
 

La minoranza hmong lottò al fianco degli Stati Uniti durante la guerra civile del Laos, conosciuta anche come Guerra segreta, termine utilizzato per indicare il fronte laotiano della guerra del Vietnam. A partire dal 1973, anno del ritiro delle truppe Usa, gli oltre 30mila hmong che avevano aiutato gli americani cominciarono a essere imprigionati, torturati e uccisi dal governo perché considerati dei traditori.
 
Per sfuggire alle persecuzioni furono costretti a rifugiarsi nelle zone montagnose della penisola indocinese (principalmente in Vietnam, Birmania e Thailandia) e del sud della Cina, dove vivono ancora oggi. Già durante gli anni Novanta le Nazioni unite, con il supporto dell’amministrazione Clinton, cominciarono a forzare il ritorno di molti rifugiati hmong nel Laos.
 
Una decisione aspramente criticata da molte organizzazioni umanitarie visto che la minoranza denunciò a più riprese di essere perseguitata nel proprio Paese. Le proteste dei conservatori americani e di molti attivisti per i diritti umani obbligarono infine il presidente Clinton a riconsiderare la propria politica, e una parte della minoranza si vide riconosciuta la possibilità di trasferirsi negli Stati Uniti.
 
Oggi negli Usa vivono circa 270,000 hmong, la maggioranza dei quali in California, Minnesota, Wisconsin e North Carolina. Anche per questo il dipartimento di Stato americano è intervenuto ieri, mentre era già in corso l’operazione di trasferimento forzato, chiedendo al governo del Laos di «trattare umanamente i rifugiati, di facilitare le operazioni di ricollocamento delle persone rimpatriate e di garantire l’accesso nella regione agli operatori internazionali». 
 

Durante lo sgombero del campo di Huay Nam Khao, infatti, le autorità thailandesi non hanno permesso né al personale dell’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Unhcr), né agli attivisti dei gruppi non governativi impegnati nella difesa dei diritti umani, né ai giornalisti di assistere alle operazioni. L’Unione europea si é detta allarmata dalla decisione di Bangkok di riportare forzatamente in patria le migliaia di laotiani che corrono il rischio di essere perseguitati; la presidenza di turno svedese ha sottolineato in particolare il pericolo che corrono i 150 rifugiati, considerati tali dall’Unhcr, rimasti nel centro di Nong Khai negli ultimi tre anni.
 
Nonostante le pressioni internazionali però la Thailandia non ha mai riconosciuto a nessuno dei hmong presenti sul suo territorio lo status di rifugiato, preferendo trattare i membri dell’etnia come immigrati irregolari. Di fronte alle richieste delle Nazioni unite di interrompere immediatamente le operazioni di espulsione, Bangkok si è limitata a sottolineare di aver ricevuto rassicurazioni dal governo laotiano su un’amnistia che sarà concessa ai leader dei hmong rimpatriati.   
 
 

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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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