Il clima. Con gli interessi

Emanuele Bompan
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ECO BUSINESS. Dietro al vertice danese ci sono miliardi di dollari da gestire. Fondi per mitigazione e riforestazione su cui bisogna vigilare. Gli Usa sostengono l’idea di un climate fund gestito dalla Banca mondiale, con base a Washington.

Che questo meeting avesse una chiara connotazione economica era chiaro da tempo. Il carosello di cifre proposte dai paesi donatori – Usa su tutti - tuttavia ha fatto dimenticare la questione più importante: come verranno generati e chi gestirà questi fondi? Se i Paesi rispetteranno gli impegni ci saranno ben oltre 100 miliardi di dollari fino al 2020 di fondi da gestire per progetti di mitigazione e riforestazione e ben 100 miliardi all’anno del fondo comune per la lotta contro i cambiamenti climatici fino al 2050. Il primo dubbio è da dove prendere i soldi. Hillary Clinton ha annunciato fondi «pubblici e privati, e nuovi strumenti finanziari innovativi ». Ma interrogata su cosa fossero questi strumenti ha risposto secca «ora è il momento di un accordo, parleremo di questo dopo». Il fondo fast start da 30 milioni annunciato dal quadro Mef dal ministro Prestigiacomo in collaborazione con il ministro usa dell’Energia Steven Chu, proverranno da fondi inutilizzati nella Banca mondiale (5 miliioni di euro).
 
In attesa di un chiarimento dal ministero, sembra che questi soldi verrebbero dall’Italian carbon fund, un fondo italiano (supportato dagli Usa) creato proprio 2003 dalla Banca mondiale e dal ministero dell’Ambiente di allora per comprare riduzioni di gas serra attraverso progetti in paesi in via di sviluppo riconosciuti dai Cdm. Ma in generale chi gestirà questa montagna di denaro? «Non abbiamo un accordo su chi sarà il manager del nuovo fondo per il clima», annunciava ancora ieri pomeriggio Jukka Uosukainen, un facilitatore in rappresentanza dei paesi industrializzati nel frame per i negoziati finanziari. Gli Usa supportano l’idea di un climate fund che verrebbe gestito dalla Banca mondiale, basata a Washington. Il gruppo dei 77 preferirebbe invece che il gruzzolo venisse posto sotto diretto controllo del Cop, la Conferenza delle Parti, che riunisce i 192 paesi coinvolti nella conferenza sul Clima. Durante la seconda settimana di negoziati la World Bank ha presentato un terzo nuovo fondo ambientale, lo Scaling up Renewable Energy, che ammonta a un totale di circa 260 milioni di dollari.
 
Quali sono le perplessità di questa scelta usare questi fondi e di indirizzare i centinaia di miliardi attraverso? Per Luca Manes della Banca mondiale «ci sono molteplici perplessità. Prima di tutto perché non si tratta di fondi messi a disposizione e gestiti a livello multilaterale dalla Conferenza delle Parti. Al contrario, sono finanziamenti per un fondo verticale, gestito dalla Banca Mondiale, accessibile solamente a esecutivi che hanno un programma aperto con la stessa e che rispettano le condizioni imposte dai banchieri di Washington». «Incentivando lo sviluppo del mercato dei crediti di carbonio la Banca non solo non contribuisce a ridurre le emissioni globali, ma addirittura rischia di aumentare l’instabilità finanziaria internazionale » ha commentato Elena Gerebizza della Crbm. La maggior parte degli scambi di crediti e riduzioni di emissioni avviene infatti sul mercato secondario, un pericoloso mercato di derivati già oggetto di importanti operazioni speculative da parte dei grandi investitori, un aspetto poco considerato dai negoziatori a Copenaghen.
 
Nel caso di una nuova bolla speculativa con origine in questo nuovo mercato di derivati, la Banca sarebbe in ci ma alla lista dei responsabili per gli impatti devastanti che si verificherebbero soprattutto nei Paesi più poveri e più vulnerabili ai cambiamenti climatici. L’unica certezza al momento è il fondo per il Redd, il meccanismo di riduzione delle emissioni derivanti da deforestazione e degrado delle foreste, che verrà amministrato dal Multi-Donor Trust Fund delle Nazioni Unite in accordo con le sue regole interne e gestione amministrativa. Meccanismi complessi certo, ma sui quali bisogna sempre vigilare. Che questo meeting avesse una chiara connotazione economica era chiaro da tempo. Il carosello di cifre proposte dai paesi donatori – Usa su tutti - tuttavia ha fatto dimenticare la questione più importante: come verranno generati e chi gestirà questi fondi? Se i Paesi rispetteranno gli impegni ci saranno ben oltre 100 miliardi di dollari fino al 2020 di fondi da gestire per progetti di mitigazione e riforestazione e ben 100 miliardi all’anno del fondo comune per la lotta contro i cambiamenti climatici fino al 2050.
 
Il primo dubbio è da dove prendere i soldi. Hillary Clinton ha annunciato fondi «pubblici e privati, e nuovi strumenti finanziari innovativi ». Ma interrogata su cosa fossero questi strumenti ha risposto secca «ora è il momento di un accordo, parleremo di questo dopo». Il fondo fast start da 30 milioni annunciato dal quadro Mef dal ministro Prestigiacomo in collaborazione con il ministro usa dell’Energia Steven Chu, proverranno da fondi inutilizzati nella Banca mondiale (5 miliioni di euro). In attesa di un chiarimento dal ministero, sembra che questi soldi verrebbero dall’Italian carbon fund, un fondo italiano (supportato dagli Usa) creato proprio 2003 dalla Banca mondiale e dal ministero dell’Ambiente di allora per comprare riduzioni di gas serra attraverso progetti in paesi in via di sviluppo riconosciuti dai Cdm. Ma in generale chi gestirà questa montagna di denaro? «Non abbiamo un accordo su chi sarà il manager del nuovo fondo per il clima», annunciava ancora ieri pomeriggio Jukka Uosukainen, un facilitatore in rappresentanza dei paesi industrializzati nel frame per i negoziati finanziari.
 
Gli Usa supportano l’idea di un climate fund che verrebbe gestito dalla Banca mondiale, basata a Washington. Il gruppo dei 77 preferirebbe invece che il gruzzolo venisse posto sotto diretto controllo del Cop, la Conferenza delle Parti, che riunisce i 192 paesi coinvolti nella conferenza sul Clima. Durante la seconda settimana di negoziati la World Bank ha presentato un terzo nuovo fondo ambientale, lo Scaling up Renewable Energy, che ammonta a un totale di circa 260 milioni di dollari. Quali sono le perplessità di questa scelta usare questi fondi e di indirizzare i centinaia di miliardi attraverso? Per Luca Manes della Banca mondiale «ci sono molteplici perplessità. Prima di tutto perché non si tratta di fondi messi a disposizione e gestiti a livello multilaterale dalla Conferenza delle Parti. Al contrario, sono finanziamenti per un fondo verticale, gestito dalla Banca Mondiale, accessibile solamente a esecutivi che hanno un programma aperto con la stessa e che rispettano le condizioni imposte dai banchieri di Washington».
 
«Incentivando lo sviluppo del mercato dei crediti di carbonio la Banca non solo non contribuisce a ridurre le emissioni globali, ma addirittura rischia di aumentare l’instabilità finanziaria internazionale » ha commentato Elena Gerebizza della Crbm. La maggior parte degli scambi di crediti e riduzioni di emissioni avviene infatti sul mercato secondario, un pericoloso mercato di derivati già oggetto di importanti operazioni speculative da parte dei grandi investitori, un aspetto poco considerato dai negoziatori a Copenaghen. Nel caso di una nuova bolla speculativa con origine in questo nuovo mercato di derivati, la Banca sarebbe in ci ma alla lista dei responsabili per gli impatti devastanti che si verificherebbero soprattutto nei Paesi più poveri e più vulnerabili ai cambiamenti climatici. L’unica certezza al momento è il fondo per il Redd, il meccanismo di riduzione delle emissioni derivanti da deforestazione e degrado delle foreste, che verrà amministrato dal Multi-Donor Trust Fund delle Nazioni Unite in accordo con le sue regole interne e gestione amministrativa. Meccanismi complessi certo, ma sui quali bisogna sempre vigilare.

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Errata corrige

Luca mManes non fa parte della Banca Mondiale, ma della Campagna Riforma della Banca Mondiale (CRBM). Ce ne scusiamo con l'interessato e con i lettori.

l'autore

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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