Il grande Naufragio
COP15. Nessun obiettivo di riduzione delle emissioni, nè un accordo vincolante, nè una data in cui lo diventerà.
Non un obiettivo di riduzione delle emissioni, ne a breve né a lungo termine, né nel 2020 né nel lontano 2050. Non la definizione del picco massimo di emissioni in atmosfera entro il 2020 o dopo, non un accordo legalmente vincolante e nemmeno la data in cui lo diventa. Le previsioni più nere si sono avverate nella notte tra venerdì e sabato: la sirenetta ha lasciato affondare la possibilità di un impegno mondiale di Copenaghen, un naufragio che ha trascinato con sé una certa parte della credibilità delle Nazioni Unite, per non parlare della faccia degli europei che avevano scommesso sulla possibilità di chiudere con la data in cui, nel mondo, produrre una grande quantità di emissioni di gas serra sarebbe diventato un atto contro la legge.
I paesi emergenti hanno riportato a casa la promessa di soldi: una cifra che “si avvicina” ai 30 miliardi tra il 2010 e il 2012. Invece, a partire dal 2020, “i paesi sviluppati si impegnano a un obiettivo di attivazione comune di 100 miliardi di dollari all’anno” , sia da parte pubblica che privata, che a livello multilaterale che bilaterale. In altre parole, non a realizzare solo un vero e proprio fondo per “i bisogni dei paesi in via di sviluppo” (che comunque è previsto e si chiamerà con il suggestivo nome di Copenaghen Green Climate Fund) ma per mettere insieme dei meccanismi economici e finanziari. Cosa succeda, poi, in quegli 8 anni che separano i due periodi, sull’accordo di Copenaghen non è scritto. Così, i paesi emergenti e soprattutto il Brasile, hanno riportato una certa vittoria su un punto che consideravano di primaria importanza: le azioni nazionali per limitare le emissioni nei Pvs saranno “registrate”, ma la loro verifica assicurerà che “la sovranità nazionale sia rispettata”.
Certo, non tutto è cancellato, nelle due pagine e mezzo e i 12 punti complessivi che rappresentano lo sforzo dei leader di 25 paesi riuniti attorno a Obama in un inedito summit laterale ai lavori della Conferenza delle parti vera e propria. Il cambiamento climatico è “una delle più grandi sfide del nostro tempo”, si legge all’inizio del documento. Per stabilizzarlo, occorre prevedere una temperatura che in questo secolo non vada oltre i due gradi di aumento di temperatura. Come? Nell’articolo 4 i paesi ricchi in generale “si impegnano a implementare individualmente o collettivamente ampi e qualificati target di emissioni per il 2020”. Tutto fa brodo: tagli sulla base del 1990 o del 2005, del 30%, come finora era intenzionata a fare l’Ue o del 3%, come gli Usa si impegneranno, forse, a fare con l’approvazione della legge su clima ed energia, vero irrisolto ostacolo di questo vertice di Copenaghen.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.






