Il trattato di Lisbona è in vigore. L’Europa ha scelto di tirare avanti
UE. L’accordo per la riforma dei meccanismi istituzionali dell’Unione tenta di compensare il deficit democratico e partecipativo nel Vecchio continente. Resta però da colmare la frattura tra i centri decisionali e i cittadini comunitari.
Democrazia, partecipazione e diritti. Il Trattato di Lisbona è finalmente entrato in vigore, segnando l’avvio della terza fase dell’Europa unita dopo l’istituzione della Cee nel 1957 a Roma e la nascita della Ue nel 1992. L’entrata in vigore è stata salutata con una grande manifestazione nella capitale lusitana, alla quale ha partecipato il gotha dell’Unione. Ma, in realtà, non sembra ci siano state, in Europa, grandi manifestazioni di giubilo. Un disinteresse generale che rispecchia il deficit democratico che il Trattato vuole colmare e che è la riprova che, del processo di Lisbona, il Vecchio Continente aveva veramente bisogno. La Ue è stata accusata di essere una tecnocrazia, un’Unione dei mercanti e non dei popoli. Ecco, dunque, che le parole d’ordine sono state democrazia e diritti, con un occhio ai processi decisionali che hanno lo scopo di migliorare il funzionamento di un club di ben 27 membri.
Il gradiente democratico è stato potenziato, ampliando le potestà legislative del Parlamento, che per molti anni ha funzionato come semplice organo consultivo. Ora il Trattato prevede invece molte fattispecie per le quali il Parlamento eserciterà un potere legislativo effettivo, attraverso la procedura di codecisione, per la quale l’assemblea emenderà i disegni di legge del Consiglio e quest’ultimo dovrà per forza tenere conto delle osservazioni dei parlamentari. Più potere al Parlamento significa, quindi, più potere per i cittadini. La democrazia viene rafforzata, inoltre, potenziando il metodo comunitario rispetto a quello intergovernativo. Ciò significa che il trattato amplia i casi in cui le decisioni sono prese in Consiglio con maggioranza qualificata, invece dell’unanimità. L’idea di fondo è che l’Unione debba essere portatrice di una visione e di interessi che possono anche confliggere con quelli degli Stati membri.
E per giocare un ruolo da protagonista, la Ue deve essere in grado di prendere decisioni rapide, evitando lo stallo dei veti incrociati da parte dei governi. Fondamentale è anche l’istituzione delle nuove figure chiave di presidente Ue e di signor Pesc, ovvero la carica di alto rappresentante per gli affari esteri per la quale ha recentemente concorso D’Alema. Proprio la sconfitta dell’ex premier italiano ha suggerito che i decisori europei, con la nomina di Herman van Rompuy come Presidente e di Catherine Ashton come superministro degli Esteri, abbiano optato, in realtà, per delle nomine di basso profilo in grado di disinnescare la reale portata del Trattato di Lisbona. Bisognerà aspettare, quindi, per verificare se il ruolo dell’Unione si è effettivamente rafforzato rispetto al peso degli Stati membri; molto dipenderà anche da come certi ruoli direttivi saranno esercitati dai nominati.
La nuova Ue, comunque, sarà l’Europa dei diritti. Il Trattato, anche se per ora la Costituzione europea rimane congelata, apre la strada all’adesione dell’Unione alla Convenzione europea sui diritti dell’Uomo (Cedu). La Cedu era diritto pattizio, per l’Italia, dagli anni Cinquanta, ma ora è promossa al rango di fonte principale del diritto comunitario. Viene migliorata, inoltre, la tutela giurisdizionale dei diritti in un contesto che non riconosce la capziosa distinzione, interna al nostro ordinamento, fra diritto soggettivo ed interesse legittimo. I diritti sono subito azionabili dai cittadini, a partire dal diritto all’Ambiente (articolo 37) e al buon funzionamento nell’amministrazione pubblica. Inquinatori e fannulloni sono avvisati, quindi. Più strumenti in mano alle persone, che avranno più possibilità di far sentire la loro voce. In Europa, ora, si delega di meno e ci si impegna di più.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.






