L’appello dal tetto
FINE D'ANNO. Lettera dei ricercatori e tecnici dell’Ispra che da 38 giorni occupano il tetto dell’Istituto a Roma per protestare contro la scadenza dei loro contratti. E si preparano a passare il Capodanno sullo stesso tetto, fieri di essere diventati un simbolo di protesta civile contro le assurdità del nostro Paese. L'appello ai politici di ogni schieramento, alle istituzioni e ai cittadini: chi può intervenire lo faccia subito
Siamo un gruppo di ricercatori e tecnici altamente specializzati, eppure i 38 giorni che finora abbiamo passato sul tetto dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) per difendere il nostro posto di lavoro ci hanno insegnato molte cose.
Abbiamo imparato, con amarezza, che questo è un Paese dove le istituzioni si possono permettere di ignorare le richieste degli scienziati che per loro lavorano, come ha fatto il ministro Stefania Prestigiacomo che, nonostante 200 nostri contratti scadano oggi, ancora non ha accettato di incontrarci. Abbiamo scoperto che in un anno come il 2009, nel quale i problemi ambientali sono stati sempre in primo piano, dal disastro di Messina alle navi dei veleni in Calabria, fino ai capodogli morti arenati in Puglia (tutte tematiche di cui si occupa il nostro Istituto), lo Stato può tagliare il personale dell’ormai unico ente pubblico che si occupa di ambiente.
Sicuramente quello di stasera non sarà un bel Capodanno, anche se siamo incoraggiati ad andare avanti dalla grande solidarietà ricevuta. Non abbiamo intenzione di mollare. Per domani è prevista una fiaccolata di solidarietà qui nel quartiere romano di Casalotti, organizzata da un comitato popolare nato per sostenerci: siamo fieri di essere diventati un simbolo di protesta civile verso le assurdità del nostro Paese.
La nostra lotta non è solo per salvare i posti di lavoro, ma soprattutto per tutelare l’ambiente e i cittadini, con un monitoraggio che sia davvero imparziale e una ricerca che dia delle risposte concrete ai dubbi, sempre più diffusi, sullo stato dei nostri mari o dell’aria che respiriamo. Se non arriva da parte del governo un dietrofront in tempi brevissimi, prima che si completi l’espulsione dei 500 lavoratori precari dell’Istituto, la salvaguardia della salute ambientale potrebbe essere affidata a mani private. Con pesanti conseguenze sulla affidabilità e la professionalità di chi se ne occupa. Molti di noi hanno già avuto contatti all’estero, dalla Francia agli Stati Uniti, e presto probabilmente andranno ad arricchire gli Istituti di questi Paesi, con una perdita per l’Italia in termini sia economici che di conoscenza.
Concludiamo quindi con un appello, forse disperato ma orgoglioso, ai politici di ogni schieramento, alle istituzioni e ai cittadini: chi può intervenire lo faccia subito. Domani sarà già troppo tardi.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.






