La discontinuità che serve alla Cgil
RIVISTE. È dedicato ai conflitti il numero 11 in uscita di Alternative per il socialismo (già nelle edicole di Roma e presto nelle librerie Feltrinelli). Qui anticipiamo uno stralcio dell’editoriale del direttore della rivista che affronta “le crisi parallele del proletariato e del grande antagonista”, dedicando una riflessione particolare al prossimo Congresso del più importante sindacato italiano.
Di fronte al Congresso della Cgil sta la definizione di compiti da cui dipende la natura del sindacalismo confederale per un non breve periodo. La dimensione europea lo influenzerà e ne sarà influenzata. La sfida è davvero di prima grandezza. Vedo, in particolare, tre grandi problemi a cui cercare una soluzione. Il primo è quello tanto elementare quanto decisivo; senza questo nessun ambizioso cammino può essere incominciato. È la riconquista della perduta autonomia conflittuale e contrattuale del sindacato, cosa che richiede la ricostruzione di un punto di vista autonomo e critico della compagine lavorativa e del sindacato confederale sul lavoro, l’impresa e il mercato. Il secondo problema non è meno impegnativo; da esso dipendono in larga misura i rapporti di forma del mondo del lavoro nella società. È la questione della ricomposizione unitaria, della riunificazione della popolazione lavorativa.
La riorganizzazione capitalistica ha separato la centralizzazione delle decisioni strategiche dai processi di organizzazione dei cicli produttivi e dalla loro materialità. La molteplicità imposta ai rapporti di lavoro ha acutizzato le divisioni nella compagine lavorativa. Mai come ora, forse, il ventaglio delle posizioni e delle prestazioni lavorative è stato così ampio, tanto da andare da una forma di schiavitù (sì, anche qui in Italia) agli statuti inediti di certe aree dell’economia della conoscenza, passando per un’area di flessibilità e di precarietà senza precedenti. Ricomporre a unità non vuol dire negare le differenze, ma scoprire, riscoprire, ciò che accomuna, sotto le mille e potenti diversità, una determinata popolazione, quella lavorativa. Non si dica che ieri era facile e che oggi è impossibile. Ieri era difficilissimo, tanto che dal conflitto piuttosto che dall’unità di skilled e unskilled, condi operai professionalizzati e operai comuni è dipesa tanta parte della contesa di classe nell’industria del ’900.
Oggi l’obiettivo è difficile ma non è impossibile, alla condizione di saper leggere i termini nuovi dello sfruttamento e dell’alienazione nel lavoro e le culture soggettive che hanno pervaso il gran campo del lavoro contemporaneo, compreso quello autonomo. Il terzo problema interroga il sindacato come soggetto politico. Se le sue fondamenta risiedono nella soluzione dei primi due, credo che difficilmente essi possano essere portati a soluzione se il sindacalismo non sarà in grado di attribuire alla confederalità le ragioni della lotta per un cambio nel paradigma nell’organizzazione del lavoro, dell’economia e della società. Se ieri l’altro è stata una certa idea della ricostruzione del Paese e del piano del lavoro, se ieri è stata l’idea della critica all’organizzazione capitalistica del lavoro a fondare la confederalità, oggi lo può essere un di verso modello economico, sociale ed ecologico. L’orizzonte concreto di una mutazione programmata della produzione e dei consumi in direzione di un rapporto riconciliato tra l’uomo e la natura è questione che tocca direttamente ormai quella del lavoro.
Problema disoccupazione
Se la disoccupazione tocca e supera il 10% cos’è il sindacato confederale se non fa del lavoro la sua variabile indipendente? La citazione del lavoro come variabile indipendente è di Riccardo Lombardi, quando il leader socialista ragionava negli anni Settanta su come rispondere a una delle crisi capitalistiche. Per afferrarne il significato conviene affidarsi alle sue parole: «Oggi l’occupazione, il salario, tutto viene giudicato ed organizzato in funzione della compatibilità con alcuni elementi: la bilancia dei pagamenti, la moneta, il profitto. Bisogna invertire i criteri: fare della piena occupazione la variabile indipendente; saranno le altre variabili a doversi rendere compatibili con la piena occupazione, affrontando un processo di trasformazione certamente costoso: assumere questo criterio significa introdurre deliberatamente una politica che turba profondamente l’equilibrio esistente, basato sulla dipendenza del lavoro dagli altri parametri, e il nuovo equilibrio avrà i suoi costi.
Ma se prende la via per una società diversa occorre pure sapere quanto costa e a chi costa». Il lavoro come variabile indipendente e un diverso modello di società stanno insieme, danno un senso all’obiettivo della piena e buona occupazione e costituiscono l’orizzonte delle risposte necessarie alla crisi del capitalismo finanziario globalizzato, una crisi strutturale e sistemica che in assenza di un’alternativa di politica economica e di riconversione ecologica si rovescerà in una ristrutturazione capitalisti ca in cui le lavoratrici e i lavoratori saranno ancor più sistematicamente precari e subordinati. Vale questo tema per la sinistra politica in Europa, ma in nessun caso il sindacato può esonerarsi da quest’ordine di problemi. Non averli affrontati di fronte alla crisi ha cancellato la sinistra da ogni protagonismo e ha lasciato intero il campo alle destre. La continuità del sindacato con le prassi contrattuali adottate nel ciclo della globalizzazione (e già in quel ciclo senza risultati) anche di fronte alla crisi lo ha portato, in Italia, all’impotenza, all’accordo quadro separato e alla rottura dell’unità sindacale.
Per la Cgil scegliere un Congresso di svolta è una ragione di vita. Solo così l’innovazione assolutamente necessaria negli obiettivi, nelle politiche rivendicative, negli assetti contrattuali possono acquistare il senso di un passaggio storico del sindacato per la riconquista, nelle radicalmente mutate condizioni della struttura sociale e del lavoro, delle tre autonomie necessarie: quella del mondo del lavoro dalla logica dell’impresa (la riscoperta di una lettura di classe dei rapporti sociali); quella del conflitto sociale dai poteri costituiti; quella del sindacato dalle compatibilità di questo sistema economico-sociale. Anche la ricerca di una dimensione contrattuale europea, pur in ogni caso così acutamente necessaria, allora acquisterebbe ben altra portata. Il rapporto tra contratti e legge è oggi imprigionato in una cornice che li penalizza, rispetto alle esigenze dei lavoratori, entrambi; basti per tutti pensare a come è stato affrontato il tema della precarietà.
La rivendicazione di una nuova legislazione sul lavoro che universalizzi diritti esigibili per tutte e tutti quelli che, in qualsiasi situazione e in qualunque stato sociale e civile, eroghino forza-lavoro, matura sempre più acutamente, se si vuole riaprire una dialettica positiva tra l’esercizio trainante di chi un concreto potere con trattuale lo può esercitare e l’innalzamento delle tutele e dei diritti per tutti. È tempo di mettere fine a capziose contrapposizioni, nella realtà inesistenti, tra diversi ordini di rivendicazione e di politiche sindacali come quelle tra le rivendicazioni qualitative e quelle distributive. Oggi, sotto il segno delle compatibilità, non ci sono né queste né quelle. Come non c’è, nella realtà, né una politica per la piena e buona occupazione, né una mobilitazione per il reddito di base. In questa cornice, quella ereditata dall’ultimo ciclo, non c’è spazio né per l’una né per l’altra.
Al contrario, penso che per aprirlo, questo spazio di riforme strutturali del lavoro, andrebbe connessa la proposta di una politica per la piena occupazione (per il diritto al lavoro di ognuna e di ognuno) con obiettivi intermedi che possano spingere in quella stessa direzione, riconoscendo e valorizzando anche le nuove culture critiche che si sono affermate in parti rilevanti delle nuove generazioni. Penso alla questione della riduzione dell’orario e della sua redistribuzione (nella vita, tra le vite, tra produzione e riproduzione sociale, tra lavoro salariato e altre attività umane, etc). Penso al problema sollevato dalle diverse, ma non inconciliabili, ricerche sul reddito minimo, garantito, di cittadinanza e altro ancora. Penso ad una sperimentazione di nuove forme contrattuali che favoriscano la ricomposizione del campo del lavoro oggi così diviso. Penso alla ricollocazione della questione salariale (degli aumenti di salari, stipendi e pensioni) insieme come grande questione di giustizia sociale, e come parte strategica di un discorso di politica economica. Ma, come si vede, così si torna alla scelta della discontinuità e alla domanda iniziale che dovrebbe aprire il Congresso della Cgil: come si fa a mettere in discussione l’accordo quadro separato e la filosofia sindacale che l’ha generato?
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







