La seconda volta di Morales. Sudamerica sempre più rosso
AMERICA LATINA Il presidente ha vinto anche la sfida più difficile, quella di ottenere la maggioranza assoluta in entrambi i rami del Parlamento. Al Senato il suo Movimento al socialismo è riuscito a ottenere 25 dei 36 seggi in palio.
«Torneremo e saremo a milioni» aveva detto prima dell’esecuzione Tupac Katari, ribelle di etnia aymara ucciso dagli spagnoli nel 1781. E sono stati milioni i boliviani che hanno confermato un altro aymara, Evo Morales, alla guida della Bolivia per i prossimi cinque anni. Morales ha vinto con quasi il 63 per cento dei voti dei voti, oltre 30 in più in più del principale rivale, Manfred Reyes Villa del Plan progreso para Bolivia-Convergencia nacional (Ppb-Cn), fermo al 27. Lontanissimo dai due l’imprenditore Samuel Doria Medina, cui i sondaggi pronosticavano un risultato a due cifre e che si è dovuto accontentare del 6 per cento. Ma Morales ha vinto anche la sfida più difficile, quella di ottenere la maggioranza assoluta in entrambi i rami del Parlamento, soprattutto al Senato dove il Movimento al socialismo (Mas) avrebbe ottenuto 25 dei 36 seggi in palio.
«Adesso possiamo accelerare il processo di cambiamento e parlare di socialismo» ha detto un presidente raggiante di fronte a migliaia di sostenitori riuniti nella piazza Murillo di La Paz tra cori, pugni alzati, bandiere indigene e perfino un pupazzo gigante con le sembianze di Evo. Il capo di Stato ha voluto dedicare il proprio trionfo elettorale a «tutti i presidenti, i governi e i popoli latinoamericani che hanno appoggiato la nostra rivoluzione democratica e culturale». Il riferimento è chiaramente ai Paesi firmatari dell’Alba, l’Alternativa bolivariana per i popoli della nostra America, nata per iniziativa dei governi di Cuba e Venezuela in opposizione all’Alca, l’Area di libero commercio delle americhe. La conferma di Morales a Palazzo Quemado rappresenta la vittoria della politica fatta dal basso, quel la dei movimenti sociali e dei sindacati, in primo luogo quello dei minatori, la Cob, con cui in passato non sono mancate frizioni, e quello cocalero. Un arcipelago di sigle e associazioni di sinistra che non hanno nulla a che fare con la tradizione e la dottrina marxista, che hanno rifiutato le politiche di Fondo monetario internazionale (Fmi) e portato due volte un indigeno alla più alta carica dello Stato.
Il primo dopo 180 anni di indipendenza in cui le élite creole avevano escluso dal potere il 65 per cento della popolazione, quasi due secoli segnati da massacri di aymara, quechua e guaranì e da un numero impressionante di colpi di stato: 191. La vittoria di Morales è quella dell’occidente della Bolivia, andino e povero, sull’oriente ricco e conservatore. Sì perché nonostante il risultato straordinario il Mas è stato sconfitto in tre dei quattro dipartimenti della cosiddetta Mezzaluna (Santa Cruz, Pando e Beni), la zona più ricca di gas e minerali, storica roccaforte della destra. Mentre nel dipartimento di La Paz è stato un plebiscito a favore del presidente, che ha fatto il pieno di voti raccogliendone il 77 per cento. Sarebbe tuttavia semplicistico attribuire la rielezione di Morales e del suo vice, Alvaro Garcia Linera, solo a fattori etnici. Da una parte è necessario rilevare piccoli ma significativi passi avanti dal punto di vista economico. Infatti pur rimanendo la Bolivia il Paese più povero dell’intera America Latina, dopo Haiti, la disoccupazione è scesa ai minimi storici, il Pil è cresciuto del 6 per cento lo scorso anno e, nonostante la crisi, si prevede un ulteriore aumento di tre punti percentuali per il 2009. Sono stati nazionalizzati idrocarburi e miniere e con i proventi delle royalty è stata finanziata la Renta dignidad, una pensione sociale per gli anziani senza reddito. Ma sono state importanti, per quanto riguarda le dimensioni di questa vittoria elettorale, anche le controverse e criticate alleanze con settori dell’estremismo di destra come parte della ex Unione giovanile di Santa Cruz, un gruppo paramilitare che solo 12 mesi fa faceva la guerra al presidente “colla”, come vengono chiamati dispregiativamente gli indigeni, e che ora fa politica con il Mas.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.







