La terra trema, meglio la costa
ABRUZZO. Dopo il terremoto del 6 aprile, il centro storico de L'Aquila è ancora territorio off limits. La tempistica prevista dal governo per la ricostruzione si aggira intorno ai dieci-quindici anni. Tra le risorse abruzzesi di “sicuro interesse” c’è ben altro che il patrimonio storico e naturalistico: il petrolio presente in alto mare. E la politica non si oppone agli interessi delle compagnie petrolifere
Sistemati gli aquilotti in villeggiatura o nelle casette in tempo per il Natale, c’è la carcassa della mamma Aquila che giace ferita e abbandonata al centro delle nidiate. Ora che i re magi Berlusconi e Bertolaso hanno recato il loro dono emergenziale, la povera città, anima della vita sociale e scrigno di patrimoni storici e artistici, è ancora territorio off limits.
Tra quelli che se ne sono accorti, o hanno voluto accorgersene, c’è niente meno che il New York Times che una settimana fa pubblicava un allarmante articolo al riguardo. Si sottolineava, facendo giusti paragoni con catastrofi del genere capitate in Italia nello scorso secolo, come un centro storico disabitato per dieci o quindici anni (questa la tempistica prevista dal governo per la ricostruzione) sia destinato a morte certa.
Migliaia di beni di rilevanza culturale da salvaguardare, sperperi immotivati, fondi prosciugati, incartamenti burocratici, approssimazioni e assurdità: questi i freni alla ricostruzione individuati e messi in fila dal giornale statunitense, che ha ripreso le tristi parole del sindaco aquilano Massimo Cialente: «Temo una nuova Pompei».
Calcolatrice alla mano (e seguendo il precedente di Onna, scelta come passerella naturale a favore di telecamera), trasformare L’Aquila in un suggestivo itinerario deserto che faccia spettacolo delle proprie rovine è forse l’ultima spiaggia rimasta, ora che la Corte dei conti ha anche bocciato la lotteria istantanea come metodo per finanziare i lavori di ricostruzione.
Tutto è possibile se chi governa è un affarista interessato per natura più allo stato patrimoniale che al patrimonio storico e umano, e immagina che qualunque altro individuo sia sulla sua stessa lunghezza d’onda. La sbrigativa e costosa soluzione new town fa pensare che la cura scelta per L’Aquila ferita sia volutamente palliativa, proprio perché ricostruire è infruttuoso nel breve termine, aureo spazio di tempo in cui il ritorno d’immagine è assicurato, mentre il ritorno di risorse un po’ meno.
Tra le risorse abruzzesi di “sicuro interesse” c’è ben altro che l’orso marsicano o una chiesa medievale, e non si trova sulla terra che trema, ma in alto mare: lo sanno bene i petrolieri in coda pronti a trivellare e costruire piattaforme a ridosso della costa, pochi chilometri a largo di San Vito e Ortona.
Solo comitati e ambientalisti si stanno opponendo. La politica invece no: l’Abruzzo petrolifero fa gola. E la roulette della ricostruzione continua a girare a vuoto.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.






