Lo stato delle cose
FATTI. Delusione dal summit di Copenaghen. Accordo al disotto delle aspettative che riflette lo stato delle cose e i rapporti di forza nel mondo oggi.
Qualcuno s’è arrabbiato quando venerdì abbiamo dato ai governanti riuniti a Copenaghen, Obama in particolare, del black block. Sostenendo la tesi, o la provocazione piuttosto, che quelli pericolosi, che stavano “sfasciando” il pianeta erano dietro al cordone della polizia, e non davanti. Il nostro pessimismo però è stato drammaticamente confermato. L’accordo, come racconta dettagliatamente a pagina 2 e 3 Simonetta Lombardo da Copenaghen, è parecchio al disotto di quello che anche il più scettico di noi s’aspettasse. Perchè? E cosa si deve fare ora? Intanto l’accordo riflette semplicemente lo stato delle cose e i rapporti di forza nel mondo oggi. È chiaro a tutti che ridurre le emissioni di gas serra costa, perchè vuol dire sostituire impianti vecchi con nuovi, cambiare il parco auto. Vuol dire grandi investimenti. E qual’è lo stato delle cose?
Partiamo dagli Usa, il “paese canaglia” in termini climatici. Il modello insostenibile ed energivoro per eccellenza è il loro. Impossibile quindi avere un accordo che comprendesse tutti senza una “eccezionale” presa di responsabilità nordamericana. E questa semplicemente non poteva arrivare. Non perchè Obama non sia un sincero ambientalista, ma perchè resta il presidente di un Paese devastato dalla crisi economica e finanziaria, dalla deindustrializzazione, dal debito pubblico (che raggiungerà presto il 100% del Pil) e privato. Un paese che in questo drammatico contesto economico vede il fronte democratico impegnato sul terreno di una grande conquista di civiltà: dare copertura sanitaria a milioni di persone.
Qualora vinta, quella battaglia giustificherebbe da sola il Nobel a Obama. Mentre combatte le lobby domestiche assicurative e farmaceutiche certo non poteva tornare a casa con un accordo che concedesse altri vantaggi competitivi alla Cina, inimicandosi il resto di Corporate America. E poi c’è la Cina, il gigante cattivo. Peccato che le emissioni procapite di un cinese siano una frazione di quelle di un nordamericano. Ora vogliono anche loro la macchina, la lavatrice, lo stile di vita occidentale insomma. Con quale autorità gli si può dire di no? E i cambiamenti climatici? Semplicemente sono venuti dopo, nella scala delle priorità, delle esigenze di politica interna. Che, finchè non esisteranno istituzioni sovranazionali dotate di veri poteri, restano il fattore dominante nelle scelte politiche. La strada per far capire al mondo che la rivoluzione verde è una opportunità e non un costo è ancora lunga. E piena di manganellate.
Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.






