Nel rispetto dell’uomo

Dina Galano
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ANNIVERSARIO. Sessantuno anni fa la Dichiarazione universale riconosceva diritti e libertà fondamentali. Oggi il trattato di Lisbona è la speranza per la loro attuazione a livello europeo. Maffettone: «Saranno il germe della Costituzione globale».

 
Sono diventati la semantica del diritto internazionale, il linguaggio standard della diplomazia e della politica estera degli Stati. Ma i diritti umani, nel 61esimo anniversario della Dichiarazione che li sancisce, sono ben lungi dall’essere affermati come un baluardo acquisito. «Saranno il germe potenziale della Costituzione globale», ha dichiarato Sebastiano Maffettone, preside della facoltà di scienze politiche dell’università Luiss di Roma, intervenendo al convegno promosso dall’Unione forense per i diritti umani lo scorso due dicembre a Roma. L’auspicio del preside, e dei giuristi, resta l’attuazione della Dichiarazione del 1948, «nata sulla triade dei principi di libertà, eguaglianza e rispetto delle caratteristiche culturali dei popoli».
 
La forbice tra realtà ed enunciazioni, tuttavia, deve essere misurata soprattutto sul piano interno, sulla condotta tenuta dai singoli Stati. Se l’anniversario della Carta, infatti, induce alla denuncia delle violazioni perpetrate nelle regioni più remote del pianeta, ogni Paese è chiamato alla propria verifica. A maggior ragione questo vale per l’Italia che, da febbraio 2010, sarà sottoposta alla visita del Consiglio diritti umani delle Nazioni unite. La revisione periodica universale (Upr), che si ripete ogni quattro anni, prevede un esame complessivo della situazione dei diritti umani per concludersi con un rapporto finale ed eventuali raccomandazioni. Verosimilmente, qualche addebito arriverà perché non sono ancora stati mossi passi significativi nella direzione indicata.
 
Il nostro Paese, infatti, è da tempo invitato a realizzare almeno tre ordini di interventi: l’istituzione di una commissione nazionale indipendente per i diritti umani, la ratifica del protocollo alla Convenzione contro la tortura (con l’inserimento del relativo reato nel codice penale) e l’adeguamento allo Statuto della Corte penale internazionale. Anche sul piano degli impegni europei la situazione non sembra incoraggiante. Il Commissario Ue per i diritti umani, lo svedese Thomas Hammarberg, ha recentemente richiesto a tutti gli Stati membri di «alzare gli standard esistenti a livello nazionale ». Tuttavia, un dato positivo esiste ed è connesso all’approvazione del trattato di Lisbona.
 
«La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione acquista ora valore giuridico», ricorda Mauro Palma, presidente del Comitato europeo contro la tortura e i trattamenti inumani. «I principi di Nizza, sia quelli stabiliti negli anni Cinquanta sia la loro elaborazione successiva, saranno vincolanti. Di fronte all’entrata in vigore di questo ulteriore aspetto normativo, spetta a noi farlo nuovamente agire». All’orizzonte la conferenza di Interlaken, in Svizzera, cui è essenziale arrivare, secondo il memorandum del Commissario Hammarberg, «riaffermando il convincimento alla protezione dei diritti umani e la necessità di conferire efficacia ai pronunciamenti della Corte europea dei diritti dell’uomo».
 
Affinché la realtà dei fatti possa corrispondere alla tutela normativa, l’Italia è chiamata a risolvere quantomeno un duplice ordine di problemi. Mauro Palma, dal suo privilegiato osservatorio, descrive una situazione di «drammatica espansione dell’area di privazione della libertà, che moltiplica i luoghi di detenzione e causa il sovraffollamento emergenziale degli istituti di pena». «Sintomo dell’incapacità di risolvere i problemi sociali su altri piani - aggiunge Palma - il problema della gestione del sistema di privazione della libertà è accompagnato, nel nostro Paese, dal dilagare di messaggi di impunità rispetto ai casi di maltrattamento e denuncia di abusi». Se bisogna, dunque, intercettare le derive lesive dei diritti umani che caratterizzano i Paesi occidentali, per l’Italia il suggerimento è quello di ripartire dal trattamento riservato agli ultimi: detenuti, immigrati e minoranze etniche.

La prima pagina del giornale
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Il disastro di Fukushima, gli uragani, lo scioglimento dei ghiacci, l’aumento dei gas serra. E da noi le alluvioni, e ora anche il crollo di Pompei. Il 2011 non sarà ricordato come un anno “verde”.

268 24 December 2011
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